Il caso

Anek e gli altri svizzeri della Flotilla tornano a casa

A confermare il rilascio e il prossimo rientro in Svizzera del giovane ticinese la sorella Jamila: «Dopo giorni passati con il fiato sospeso, torniamo finalmente a respirare»
Mattia Darni
21.05.2026 15:49

Anek Speranza e gli altri svizzeri della Global Sumud Flotilla arrestati dai soldati israeliani nelle acque di Cipro stanno facendo ritorno a casa. A confermare la notizia al «Corriere del Ticino» è Jamila, la sorella dell'attivista ticinese. «Dopo giorni passati con il fiato sospeso, torniamo finalmente a respirare», confida la ragazza. «L'avvocatessa della Global Sumud Flotilla ci ha chiamato questo pomeriggio per informarci che Anek e gli altri sono sulla via del ritorno».

Poche informazioni

Poche, per ora, le informazioni. «Sappiamo solo che si stanno dirigendo in Turchia. Non appena ci arriveranno, anche gli avvocati potranno avere più informazioni sulle loro condizioni», spiega Jamila. «Sapremo così anche come dovremo muoverci per riportarlo a casa».

La famiglia, in effetti, non è per ora riuscita a mettersi in contatto con il ragazzo e non conosce ancora il suo stato di salute.

A organizzare il rimpatrio è la Turchia. Gli attivisti sono partiti attorno alle 14.50 ora locale a bordo di un volo charter della Turkish Airlines dall’aeroporto di Ramon e dovrebbero arrivare a Istanbul attorno alle 17.50. Una volta lì, saranno poi liberi di proseguire il proprio viaggio come meglio credono.

L'arresto e i giorni sospesi

Ricordiamo che Anek era stato arrestato lo scorso lunedì mentre si trovava a bordo dell'imbarcazione Zio Faster. Da allora, la sua famiglia non aveva più avuto notizie e invano si era rivolta al Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) e al Consolato svizzero.

In questi giorni sospesi la famiglia si era così sentita abbandonata dalle istituzioni elvetiche. «Abbiamo l'impressione di non venire ascoltati», era la denuncia fatta da Jamila al nostro giornale. A rincarare la dose era quindi stata Patrizia, la madre di Anek, che aveva detto: «Da Berna ci hanno risposto, con tono arrogante, che agli attivisti era stato sconsigliato di recarsi nella regione e che se avessero comunque deciso di intraprendere il viaggio, lo avrebbero fatto a proprio rischio e pericolo. Capisco che saranno sommersi dalle telefonate, però l'atteggiamento nei confronti di chi chiama è sbagliato: a Berna devono rendersi conto che stanno interagendo con famiglie che stanno soffrendo enormemente in questo momento».

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