La fragile tregua tra Iran e USA: Hormuz non riapre

Dopo le bombe, le parole. La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran si ferma, forse, per due settimane. Una tregua di 15 giorni è stata siglata con la mediazione del Pakistan, il cui primo ministro, Shehbaz Sharif, ha dichiarato di aver invitato statunitensi e iraniani a Islamabad per avviare domani colloqui di pace.
Si interrompono, quindi, i bombardamenti e il lancio di missili. Ma continua, se possibile in modo ancora più aspro e serrato, lo scontro verbale.
Soprattutto da parte americana, congelare la macchina militare significa, infatti, offrire una giustificazione plausibile e convincente a un’opinione pubblica affatto convinta dell’utilità dell’operazione bellica. Così, oggi pomeriggio (ma ad Arlington, in Viriginia, erano le 8.30 del mattino), il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sfoggiato in conferenza stampa un’oratoria muscolosa: «L’Operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». Teheran «ha implorato questo cessate il fuoco - ha sentenziato Hegseth - Abbiamo decimato l’esercito iraniano, praticamente distrutto il programma missilistico» del Paese sciita. La loro Marina «è sul fondo del mare, e noi possediamo i loro cieli». Dopo aver descritto questo scenario da apocalisse, il segretario alla Difesa dell’amministrazione di Washington ha aggiunto che «le fabbriche iraniane sono state rase al suolo» e che la nuova guida suprema, Mojtaba Khamenei, è «ferita e sfigurata». Mentre il capo di Stato maggiore Dan Caine, che lo affiancava nell’incontro con la stampa, sottolineava come «tutti gli obiettivi militari di Donald Trump» fossero stati raggiunti, e come l’Esercito statunitense avesse «colpito oltre 13 mila obiettivi dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, distruggendo circa il 90% della flotta iraniana e il 95% delle mine navali di Teheran».
Profonda incertezza
Tutto risolto, quindi? Non proprio. Mentre Hegseth e Caine rispondevano alle domande dei giornalisti americani in Virigina, il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, parlava con la stampa europea al Mathias Corvinus Collegium di Budapest, un think tank vicino al governo di Viktor Orbán, offrendo una lettura diversa degli sviluppi della guerra in Medio Oriente.
«Gli iraniani hanno accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno accettato di fermare gli attacchi. Questa è la base della tregua, fragile, che abbiamo ora. Come mi ha detto il presidente Donald Trump questa sera, gli iraniani sono negoziatori migliori di quanto siano combattenti. So che non gradiranno sentirlo, ma è vero».
Secondo Vance, lo stesso Trump «è impaziente di ottenere risultati e ci ha chiesto di negoziare. Ma in buona fede. Se gli iraniani negozieranno in buona fede, credo che un’intesa sia possibile. Se invece mentiranno, inganneranno o cercheranno di impedire la tregua, non ne saranno contenti e scopriranno che il presidente degli Stati Uniti non è uno con cui si può scherzare. In ultima analisi - ha concluso Vance - gli sviluppi dipenderanno dagli iraniani».
La sintesi offerta in serata dal New York Times descrive una situazione confusa, ambigua, indeterminata. «Un fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran sembra reggere perché entrambe le parti hanno rivendicato la vittoria in mezzo a una profonda incertezza sui piani per riaprire completamente lo Stretto di Hormuz e sui prossimi passi del processo diplomatico - ha scritto il quotidiano della Eighth Avenue - Il presidente Trump ha dichiarato mercoledì che gli Stati Uniti “lavoreranno a stretto contatto con l’Iran” dopo aver chiesto per settimane la “resa incondizionata” di Teheran. I funzionari iraniani hanno trionfato dopo l’annuncio dell’accordo, mediato dal Pakistan, con il primo vicepresidente del Paese, Mohammad Reza Aref, che ha dichiarato sui social media che era iniziata “l’era dell'Iran” dopo che Trump non era riuscito a distruggere il governo della Repubblica Islamica».
Una situazione complicata
Che tutto sia maledettamente complicato si è capito quando il gruppo dirigente di Teheran, nel tardo pomeriggio di oggi, ha diffuso - attraverso l’agenzia ufficiale IRNA - i 10 punti su cui fondare la trattativa con gli Stati Uniti per mettere fine alla guerra. Richieste difficili, se non impossibili, da conciliare con gli obiettivi di Washington.
In sintesi, l’Iran: chiede garanzie di non aggressione per il futuro; intende mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz; pretende la fine delle ostilità in tutti i fronti regionali, compresi gli attacchi in Libano contro l’alleato Hezbollah; chiede il ritiro delle forze combattenti statunitensi da tutte le basi della regione mediorientale; vuole risarcimenti per i danni di guerra; esige che sia accettato il proprio diritto all’arricchimento nucleare; invoca la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie; chiede la revoca di tutte le risoluzioni contrarie emanate dal consiglio di amministrazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA); reclama la cessazione di tutte le risoluzioni ostili del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
È chiaro a chiunque che la Casa Bianca non accetterà mai simili richieste. Secondo il Guardian, che ha citato una fonte dell’amministrazione di Washington, il piano di cessate il fuoco in 10 punti pubblicato dall’IRNA non corrisponde alle stesse condizioni concordate dalla Casa Bianca per sospendere la guerra.
In un post su Truth, Trump ha infatti subito ribadito come esista «un solo gruppo di “PUNTI” significativi accettabili per gli Stati Uniti», aggiungendo che questi saranno discussi in privato durante le negoziazioni delle prossime due settimane. Oggi, poi, in un’intervista alla PBS, lo stesso Trump ha confermato che il Libano «non è incluso nell’accordo» per la tregua stabilita con l’Iran «a causa di Hezbollah». Rispondendo a una domanda sugli attacchi israeliani condotti contro la capitale libanese, il presidente USA li ha definiti «una scaramuccia a parte, di cui ci occuperemo». Una scaramuccia che, secondo il ministero della Salute del Libano, ha tuttavia causato la morte di 254 persone e il ferimento di altre 1.165.
Proprio la situazione in Libano rischia di strappare subito l’esile filo al quale è appesa la tregua. In serata, l’Iran ha informato i mediatori regionali che la sua partecipazione ai negoziati con gli Stati Uniti di venerdì a Islamabad è vincolata allo stop dei raid israeliani sul Libano. Lo hanno riferito fonti informate al Wall Street Journal.
Sempre in serata, i media ufficiali del regime di Teheran hanno poi confermato la chiusura dello Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi israeliani al Libano.
