Marie-Louise Eta scrive la storia, che è solo agli albori

Una donna alla guida di una squadra maschile in uno dei principali campionati europei. Nel calcio moderno, che pure ha accelerato il proprio processo di trasformazione negli ultimi anni, la notizia resta ancora sufficiente a scrivere una pagina di storia. L’Union Berlino, club che fino a due stagioni fa calcava i palcoscenici della Champions League, ha affidato la panchina a Marie-Louise Eta, 34 anni, fino al termine della stagione. Un incarico temporaneo, ma dall’enorme valore simbolico. Mai prima d’ora una donna aveva guidato una squadra maschile nei cinque grandi campionati europei. E, in realtà, si fa fatica a trovare esempi anche al di fuori di essi.
Il contesto è quello di una stagione complicata. La squadra della capitale tedesca, passata in poco tempo dall’Europa a una lenta discesa in classifica, ha deciso di interrompere il rapporto con Steffen Baumgart dopo la sconfitta per 3-1 contro l’Heidenheim, fanalino di coda in Bundesliga. Le sole due vittorie racimolate nelle ultime 14 gare e una posizione di metà classifica che, a cinque giornate dal termine, non garantisce ancora la salvezza hanno condannato il tecnico. A prendere il timone è dunque stata Eta, finora responsabile dell’U19. La 34.enne di Dresda ha accolto la sfida con pragmatismo: «Il nostro posto in Bundesliga non è ancora sicuro. Sono felice che il club mi abbia affidato questo compito. L’Union ha sempre saputo restare unito nei momenti difficili».
Ex centrocampista di Turbine Potsdam, Amburgo e Werder Brema, Eta ha costruito la propria carriera con una lunga gavetta nelle giovanili tedesche, stabilendosi poi nello staff dell’Union. In passato aveva già avuto un assaggio di calcio di alto livello. Nel novembre 2023, era diventata, sempre a Berlino, l’assistente del traghettatore Marco Grote. I due erano responsabili della squadra U19. Ora, però, tutto è nelle sue mani.
I casi simbolici
La nomina di Marie-Louise Eta assume un peso storico soprattutto perché si inserisce in un panorama ancora estremamente rarefatto. Nel calcio maschile professionistico europeo, la presenza di allenatrici resta un’eccezione. Per trovare precedenti bisogna uscire dai top campionati. Uno dei casi più simbolici è quello di Helen Nkwocha, allenatrice inglese di origini nigeriane che nel 2021 guidò il Tórshavn nelle Isole Faroe, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di head coach di una squadra maschile in una massima divisione europea. Anche in Germania esiste un precedente, ma bisogna scendere di diverse categorie. Sabrina Wittmann prese le redini dell’Ingolstadt in terza divisione nel 2024, diventando la prima allenatrice a sedere su una panchina maschile professionistica nel Paese. In Inghilterra si ricorda invece la brevissima parentesi di Hannah Dingley al Forest Green Rovers - compagina di quarta divisione - nel 2023. Incarico ad interim durato pochi giorni prima della nomina di un allenatore permanente.
In Italia il riferimento più noto resta quello di Carolina Morace, che nel 1999 guidò la Viterbese in Serie C1, esperienza breve ma pionieristica. Nel calcio internazionale, invece, uno dei casi più straordinari arriva da Hong Kong. Nel 2016 Chan Yuen-ting, al suo esordio assoluto da allenatrice, portò l’Eastern Sports Club a uno storico triplete in prima divisione maschile. In Francia dieci anni fa Corinne Diacre guidò il Clermont per ben tre stagioni in Ligue 2. Zero precedenti invece in Spagna. E in Svizzera? Nessun caso di donne alla guida di squadre maschili nelle categorie professionistiche o semiprofessionistiche.
Viaggiando a due velocità
In questo contesto emerge una differenza culturale che, spesso, contribuisce a delineare un’Europa che su questi temi viaggia a due velocità. Emblematico, in tal senso, il confronto tra le reazioni online registrate in Germania e quelle arrivate dall’Italia alla notizia che Marie-Louise Eta avrebbe assunto la guida del club della capitale tedesca. Nel dibattito pubblico, la nomina di una donna in un ruolo tecnico nel calcio maschile continua a generare reazioni polarizzate.
Dalla Germania, sotto il post dell’Union Berlino, arrivano messaggi di incoraggiamento. «È una decisione davvero forte. In bocca al lupo», scrive qualcuno. Un altro aggiunge: «Non mi piace l’Union, ma per favore dimostra a tutti che contano competenza e conoscenze tecniche, non il genere». O ancora: «L’Union Berlino oggi ha guadagnato un tifoso in più». In Italia i toni sono diversi. Accanto a commenti di sostegno come «Sono troppo felice di vedere una donna allenare una squadra maschile, spero non sarà la prima volta», emergono reazioni nettamente critiche. «Il mondo è finito», «I giocatori saranno bravi a cucinare» o ancora «Immagino i calciatori come la prenderanno seriamente», «Ottimo colpo di marketing». Tutti i commenti citati provengono da utenti uomini, mentre tra le donne le reazioni sono state unanimemente di supporto. Anche se non mancano critiche anche in Germania e segnali di apertura in Italia, il quadro complessivo è ben delineato.
Marie-Louise Eta ha davanti a sé un compito sportivo difficile: salvare una stagione complicata. Ma la sua sfida, in fondo, non si giocherà solo sul campo.
