L'intervista

Navarro: «Inaugurare la AIL Arena sarà qualcosa di speciale»

Intervista esclusiva all'allenatore della nazionale svizzera femminile – Il 5 giugno le rossocrociate sfideranno Malta a Lugano: «Un segnale forte da parte della Federazione e del club bianconero»
Rafel Navarro è l’allenatore della Svizzera dallo scorso 4 novembre. © Keystone/Claudio Thoma
Maddalena Buila
20.05.2026 06:00

Il 4 novembre scorso, Rafel Navarro è diventato il nuovo allenatore della nazionale femminile rossocrociata, succedendo a Pia Sundhage, tecnica che ha regalato alla Svizzera intense emozioni durante l’Europeo casalingo dell’estate scorsa. Anche l’allenatore spagnolo vuole entrare nel cuore degli elvetici, provando a centrare la qualificazione ai Mondiali del Brasile del 2027. Di questo e molto altro abbiamo parlato in un’intervista esclusiva con l’ex viceallenatore del Barcellona.

Mister Navarro, che gruppo ha trovato quando è arrivato in Svizzera per la prima volta?

«Ho da subito avuto la sensazione di trovarmi davanti a una squadra desiderosa di cambiare. Le giocatrici hanno mostrato grande entusiasmo. Per un allenatore è importante poter lavorare con persone che vogliono migliorarsi e che credono nel progetto. Da questo punto di vista, per me è stato tutto molto naturale».

Il primo raduno con la Svizzera ha coinciso per lei con un momento molto difficile dal punto di vista personale. Come ha vissuto quei giorni?

«È stato un periodo molto complicato. Dentro di me convivevano emozioni diverse. Ero felice per questa nuova avventura, ma emotivamente il momento era doloroso. Durante il ritiro ho ricevuto notizie sempre peggiori sulle condizioni di mio padre. Sapere che stava vivendo i suoi ultimi giorni mentre io ero distante è stata dura. Sapevo però che era contento della mia opportunità professionale. Questo mi ha dato forza. Anche per il gruppo non sono stati giorni semplici. Le giocatrici aspettavano con entusiasmo il primo allenamento e la prima partita, ma l’atmosfera inevitabilmente non era delle migliori. Ciononostante, tutti sono stati estremamente gentili e rispettosi nei miei confronti. Ho sentito grande vicinanza e questo mi ha aiutato molto».

Quanto è stato difficile – o forse semplice – prendere in mano la Nazionale dopo l’entusiasmo dell’Europeo giocato in casa?

«Ci troviamo in un momento molto buono per il calcio femminile in Svizzera. Da questo punto di vista, sono felice di essere arrivato ora. Dal lato sportivo, invece, la situazione è più complessa. A seguito della retrocessione, la Nazionale si trova nella seconda divisione della Nations League. Durante l’Europeo casalingo, secondo me, la squadra ha disputato un buon torneo. Probabilmente avrebbe potuto fare qualcosa di più, ma la prestazione complessiva è stata solida. Ma non si può vivere nel passato. Ecco perché voglio costruire il futuro, migliorando questa squadra».

Ha raccolto il testimone da Pia Sundhage, un’allenatrice con una visione del calcio diversa dalla sua. Qual è la principale differenza tra il vostro modo di interpretare il gioco?

«Ho molto rispetto per ciò che ha fatto Pia Sundhage. Detto questo, penso che il nostro approccio sia cambiato parecchio, soprattutto nella fase offensiva. Stiamo cercando di costruire il gioco dal basso con passaggi corti, di progredire attraverso il possesso e una maggiore continuità di tocchi. Oggi la squadra mantiene molto di più il pallone. Anche nella fase difensiva siamo diventati più aggressivi grazie al pressing più alto».

Navarro arriva da Barcellona e ha spesso detto di voler costruire una Svizzera Barça style. È realistico?

«Non voglio giocare esattamente come il Barcellona. Per farlo servirebbero le giocatrici catalane (sorride, ndr). Il Barça consolida il possesso con tantissimi passaggi in zona offensiva grazie a una precisione tecnica straordinaria negli ultimi metri. Noi, invece, quando riceviamo palla tra le linee dobbiamo cercare la profondità e concludere rapidamente. Ciò detto, oggi pratichiamo sicuramente un calcio più vicino al modello catalano. Abbiamo giocatrici veloci davanti che dobbiamo sfruttare. Non voglio che la Svizzera diventi il Barcellona, ma la migliore versione possibile della Svizzera».

Qual è il cambiamento più importante che vuole vedere nella Svizzera del futuro?

«Maggior efficacia negli ultimi sedici metri. Perché alla fine il calcio è fatto di gol».

Pia Sundhage è entrata nel cuore degli svizzeri anche grazie all’Europeo casalingo. Cosa dovrà fare per conquistare i tifosi svizzeri?

«Per un commissario tecnico non è semplice creare un legame forte con i tifosi. È difficile costruire una connessione profonda con il poco tempo a disposizione. Durante un grande torneo, invece, tutto diventa più naturale. Per me sarà importante capire la cultura della Svizzera, rispettarla e integrarmi. Anche la lingua è un elemento fondamentale. In Svizzera non è semplice, perché convivono più lingue ufficiali e spesso anche le stesse giocatrici comunicano in inglese. Sarà una bella sfida cercare di imparare almeno una delle lingue ufficiali svizzere (altro sorriso, ndr)».

Qual è stato, finora, il picco più importante della sua carriera da allenatore?

«L’arrivo al Barcellona. Prima allenavo squadre semi-professionistiche, quindi entrare in un club di quel livello ha rappresentato un cambiamento enorme. Poi cito il momento in cui abbiamo iniziato a competere stabilmente con le migliori squadre d’Europa e la prima Champions League, con cui si è aperto un ciclo di successi straordinario. Poi, naturalmente, la firma con la Svizzera».

Quanto ha riflettuto prima di accettare la proposta rossocrociata?

«Dopo sei stagioni da viceallenatore è naturale pensare di voler tornare in panchina da protagonista. Negli ultimi anni ho ricevuto diverse offerte da club e nazionali. Succede spesso a chi lavora nel sistema Barcellona, perché molte persone apprezzano quel tipo di calcio. La proposta della Svizzera mi è sembrata quella giusta sotto tutti gli aspetti. Forse non era il momento ideale, perché è arrivata a stagione in corso, ma sentivo che era la scelta migliore per me».

Guardando al futuro, quale vorrebbe che fosse il prossimo grande momento della sua carriera?

«La qualificazione al Mondiale. È l’obiettivo che tutti vogliono. Sarebbe uno dei momenti più belli della mia carriera».

Un traguardo oggettivamente raggiungibile?

«Non sarà semplice. Basti guardare la storia della nazionale svizzera. In nove edizioni del Mondiale la Svizzera si è qualificata solo due volte. Anche il format delle qualificazioni è molto impegnativo, ma siamo sulla buona strada. Se batteremo Malta chiuderemo al primo posto, ed è il primo passo. Poi arriveranno i playoff, tra ottobre e dicembre, contro avversarie molto forti. Io, però, sono fiducioso».

Le maggiori differenze tra il modo in cui il calcio femminile viene vissuto in Spagna e in Svizzera?

«In Spagna - soprattutto grazie al Barcellona - il grande interesse per questo mondo è iniziato circa sei-sette anni fa. I successi del Barça hanno aiutato il pubblico a capire che il calcio femminile può avere la stessa importanza e valore di quello maschile. In Svizzera, invece, ho la sensazione che questo processo sia iniziato più recentemente, dopo l’Euro della scorsa estate. Forse la Svizzera è semplicemente qualche anno indietro rispetto alla Spagna».

Il 5 giugno ci sarà l’inaugurazione della nuova AIL Arena. In Ticino questo evento viene vissuto come qualcosa di molto importante. Che significato ha per la Nazionale?

«È qualcosa di speciale. Prima di tutto perché la Nazionale torna in Ticino dopo circa vent’anni, quindi è un ritorno importante. Ogni volta che andiamo a giocare in una regione dove la Svizzera non è presente abitualmente, sentiamo anche la responsabilità di mostrare il nostro calcio e di avvicinare nuovi tifosi. Ma questa partita dimostra anche quanto il movimento sia considerato importante in Svizzera. Affidare alla nazionale femminile la prima partita in un nuovo stadio è un segnale molto forte. Significa che la Federazione crede davvero nel progetto e vuole investire nel calcio femminile. Un discorso che non riguarda solo l’ASF, ma anche i club. Lo stadio appartiene al Lugano, che dunque ci sostiene. Per noi è qualcosa di molto positivo. E per questo vogliamo disputare una grande partita».

Una nazionale, per definizione, gioca in diverse città e raramente crea un legame forte con uno stadio preciso. Questa partita potrebbe rappresentare l’inizio di un rapporto speciale tra la Svizzera e Lugano?

«Sì, penso che possa diventare uno stadio molto importante per noi. Prima di tutto perché si tratta di un impianto nuovo, con strutture moderne e di alto livello. Le nostre giocatrici sono abituate a giocare in grandi campionati e quando arrivano in nazionale si aspettano lo stesso standard. Inoltre credo che la capienza sia perfetta per il momento attuale del calcio femminile. Mi auguro che il 5 giugno sia sold out e soprattutto che durante la partita riusciremo a sentire il sostegno del pubblico».