Pena di morte, la Svizzera e l’UE contro la decisione israeliana

La legge sulla pena di morte ai palestinesi condannati per attacchi mortali, votata l’altro giorno a maggioranza dal Parlamento di Israele, sta dividendo ancora una volta l’opinione pubblica occidentale. Anche per le modalità scelte dalla Knesset in caso di pena capitale. Ad esempio, l’isolamento totale dei condannati a morte, destinati a essere detenuti in una struttura separata senza possibilità di visite né di assistenza legale diretta (gli avvocati potrebbero collegarsi con loro soltanto in videocollegamento).
Il Dipartimento federale degli Affari esteri (DFAE) si è detto oggi «profondamente preoccupato. Abbiamo sollevato la questione presso le autorità israeliane e le invitiamo ad abrogare la legge - ha scritto il DFAE in un post su X - La moratoria sulla pena capitale, in vigore da tempo, dovrebbe essere ristabilita. E le autorità israeliane dovrebbero rispettare i loro obblighi nei confronti del diritto internazionale dei diritti umani».
«Il voto del Parlamento israeliano non fa altro che aumentare il solco di odio tra israeliani e palestinesi», ha detto invece il patriarca di Gerusalemme dei Latini, cardinale Pierbattista Pizzaballa, rispondendo alle domande dei giornalisti. Mentre Anouar El Anouni, portavoce del Servizio UE per l’azione esterna, ha espresso «forte preoccupazione per la legge approvata dalla Knesset che introduce la pena di morte per impiccagione per i condannati per omicidio a sfondo terroristico, una misura che la UE considera discriminatoria e un chiaro passo indietro. La pena di morte è una violazione del diritto alla vita, e questo è un valore fondamentale per l’UE».
Il segretario generale del Consiglio d’Europa (COE), Alain Berset, in un post su X ha scritto: «Il voto alla Knesset che ripristina la pena di morte è un grave passo indietro dalla civiltà. Una scelta che distanzia chi l’ha fatta dal sistema di valori sostenuto dal COE».
Voci critiche si sono levate anche da Madrid e da Londra. «Il Governo spagnolo condanna la pena di morte per i palestinesi, recentemente approvata dal Parlamento israeliano. Si tratta di una misura asimmetrica che non verrebbe applicata agli israeliani che commettono gli stessi crimini. Stesso reato, pena diversa. Questa non è giustizia. È un altro passo verso l’apartheid. Il mondo non può rimanere in silenzio», ha scritto su X il premier spagnolo Pedro Sanchez.
«La pena di morte è sbagliata e noi ci opponiamo a essa ovunque nel mondo», ha ribadito oggi Yvette Cooper, ministra degli Esteri della Gran Bretagna ripubblicando la dichiarazione sottoscritta con i colleghi di Italia, Francia e Germania di condanna della legge voluta dall’estrema destra israeliana e dal premier Benyamin Netanyahu. Una legge definita, nel documento, «di fatto discriminatoria».
Strategia che prosegue
Marco Mascia, titolare della cattedra UNESCO Diritti umani, democrazia e pace dell’Università di Perugia, dirige nello stesso ateneo il Centro per i Diritti Umani “Antonio Papisca”, la più autorevole struttura universitaria italiana che si occupa di ricerca e formazione sui temi dei diritti umani, della democrazia e della pace.
«Con questa legge dice - Mascia al Corriere del Ticino - Tel Aviv si allontana ulteriormente dal consesso occidentale. Non possiamo più considerare Israele come uno Stato che si fonda sui valori e sui principi dei diritti umani, della solidarietà, dell’inclusione. Le norme che prevedono la condanna a morte per i palestinesi accusati di terrorismo confermano piuttosto l’intenzione genocidaria del Governo di Israele: sono un atto di discriminazione istituzionalizzata e di violenza razzista contro i palestinesi. Ribadiscono la strategia israeliana che abbiamo conosciuto a Gaza».
Quanto sta accadendo ai palestinesi, insiste Mascia, «riguarda però direttamente anche noi. Questo è un punto essenziale: ciò che succede a Tel Aviv oggi, domani potrebbe verificarsi anche in altri Paesi. Nei nostri Paesi».
In questo senso, la «debolezza» e l’ambiguità dell’Europa sono, secondo il professor Mascia, un vulnus. Una ferita nel cuore del vecchio Continente.
«La pena di morte per i soli palestinesi è un atto assolutamente discriminatorio che viola in primo luogo il diritto alla vita, ma anche tutte le norme del diritto internazionale relative ai diritti umani. Assistiamo poi a un doppio standard: l’Unione europea ha giustamente deciso una ventina di pacchetti di sanzioni contro la Russia, ma niente contro Israele. Non ha nemmeno sospeso l’accordo di associazione, che all’articolo 2 subordina “Le relazioni tra le parti” al “rispetto dei diritti umani e dei principi democratici”».
Guerre e diritti umani
Lo stato di salute dei diritti umani, in generale, «non è buono - conclude il professor Marco Mascia - Le guerre sono le più gravi violazioni dei diritti umani. E in questo momento siamo pieni di guerre, dappertutto. Anche i sistemi di garanzia e di protezione dei diritti umani che fanno capo alle Nazioni Unite sono continuamente sotto attacco. Da un lato, i Governi violano i diritti umani in maniera sempre più estesa e reiterata; dall’altro lato, tentano di bloccare il funzionamento dei sistemi di garanzia tagliando loro i finanziamenti: basta pensare a ciò che accade con la Corte penale internazionale».
