400 metri cubi al secondo: così i ghiacciai svizzeri si stanno sciogliendo

I ghiacciai svizzeri sono malati. Cronici. E ora, beh, tocca aggiornare la cartella clinica. Andiamo ai fatti: il 29 giugno le riserve invernali di neve dei ghiacciai svizzeri smettono di bastare. Da oggi in poi, ciò che la neve depositata d'inverno ha messo da parte non riesce più a compensare quanto il sole estivo porta via. È il cosiddetto punto di perdita netta. Ne hanno dato notizia, negli scorsi giorni, gli scienziati dell'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL). La data dice molto, anzi tutto: lo scorso anno, quel punto si raggiungeva a luglio, nel 2024 addirittura ad agosto.
Manca pochissimo al record del 2022, anno in cui i ghiacciai persero il 6% della loro massa, mai così tanto da quando esistono i rilevamenti. Tre giorni di scarto, per intenderci. Di più, l'estate è cominciata con due ondate di canicola, l'ultima delle quali ha colpito centinaia di milioni di persone nell'Europa occidentale.
Un metro di ghiaccio in dieci giorni
I numeri li ha messi Matthias Huss, glaciologo al Politecnico federale di Zurigo e direttore di Glamos, la rete svizzera dei rilevamenti glaciologici. Così, l'esperto, a Le Temps: «Torno da una campagna di misurazioni sul ghiacciaio del Rodano, in Vallese, e abbiamo osservato uno scioglimento di un metro in dieci giorni, a livello della lingua. Unicamente a causa dell'ondata di calore. È possibile che l'arretramento sia drammatico quanto quello del 2022. Ma è difficile fare previsioni, l'estate è lunga fino a fine settembre».
Giovedì scorso, Huss era sul passo della Jungfraujoch, a 3.500 metri, sopra il ghiacciaio dell'Aletsch. «C'era ancora neve, ma completamente bagnata sotto i piedi. Faceva circa 8 gradi. Sono temperature da luglio o agosto, non da giugno». In cima all'Aletsch, per fortuna, una piccola zona produce ancora ghiaccio nuovo. «Ma non basta a compensare ciò che si perde». I segnali, va detto, c'erano da gennaio. Ad aprile e maggio il manto nevoso registrava già un deficit del 25% rispetto alla media 2010-2020. Ci ha messo del suo la sabbia del Sahara arrivata a marzo, che riduce l'albedo, ovvero il potere riflettente della superficie, e accelera lo scioglimento. Poi la canicola.
Quattro inverni secchi su cinque
Dal 2000, in ogni caso, l'arretramento ha cambiato passo: in vent'anni i ghiacciai hanno perso circa il 40% del volume. Solo lo scorso anno, un altro 3%. Le modellizzazioni parlano di un ulteriore calo del 67% entro il 2100 con un riscaldamento di +1,5 °C rispetto al livello preindustriale, fino all'80% con +2 °C. Negli ultimi cinque anni, scrive Le Temps, la perdita è corsa più in fretta degli scenari. Significa che i modelli vanno riscritti? «No» ha tagliato corto Huss. «Il meteo è stato particolarmente sfavorevole. Quattro degli ultimi cinque inverni sono stati molto secchi. Ma tutto ciò che si perde ora porta più in fretta alla scomparsa totale».
E l'acqua?
C'è un dato che resta in testa. In questo momento, le montagne svizzere producono circa 400 metri cubi di acqua di fusione al secondo. «Di che riempire una piscina olimpica in sei secondi» ha spiegato il glaciologo. «E va avanti così da due settimane, giorno e notte». Una buona notizia per i corsi d'acqua a valle, in piena canicola.
Solo che la festa non è gratis. Finché sono grandi, i ghiacciai liberano l'acqua quando serve di più, d'estate. «Ma fra dieci o vent'anni saranno troppo piccoli per farlo. Il sistema non funzionerà più» ha avvertito Huss. Niente più cuscinetto naturale tra l'eccesso d'inverno e la penuria d'estate. Tradotto: più siccità, più inondazioni. I bacini artificiali, ha concluso l'esperto, potranno tamponare in parte. Ma lavorano al contrario dei ghiacciai: trattengono l'acqua d'estate e la rilasciano d'inverno, per produrre corrente.
