E-commerce

Temu e Shein, si valuta una tassa fino a 5 franchi

Bruxelles ha introdotto un dazio di tre euro per ogni invio: una mossa contro le piattaforme di commercio online asiatiche – La Svizzera potrebbe presto prevedere un balzello per ogni prodotto venduto
©Chiara Zocchetti
Luca Faranda
02.07.2026 06:00

Temu, Shein, AliExpress. Ogni giorno, milioni di pacchetti provenienti dai colossi asiatici dell’e-commerce raggiungono l’Europa e la Svizzera. Prodotti a basso costo, spesso con spedizione gratuita e - a volte - di dubbia qualità arrivano sul mercato. Ma da ieri, qualcosa è cambiato. Almeno nell’Unione europea.

Dal primo luglio è applicato un dazio europeo sui pacchi di un valore inferiore ai 150 euro provenienti da Paesi terzi. Tradotto: ci sarà da pagare un dazio temporaneo forfettario da 3 euro sugli acquisti spediti direttamente ai consumatori europei.

A partire dal 1. luglio 2026, l’UE ha introdotto un dazio forfettario di 3 euro sui pacchi che valgono meno di 150euro (la soglia di esenzione doganale) acquistati da Paesi al di fuori dell’Unione europea. Si tratta tuttavia di una misura transitoria di due anni. A partire da luglio 2028, il dazio forfettario potrebbe essere sostituito da una nuova piattaforma digitale che consentirà calcoli più complessi, grazie alla quale tutte le merci importate nell’UE saranno soggette a dazi fin dal primo euro e sarà possibile calcolare le normali aliquote doganali in base al valore, all’origine e alla classificazione delle merci. Ciò significa che per ogni tipologia di merce (ad esempio una t-shirt) si applica un determinato dazio.Da novembre si aggiungerà poi anche il contributo per la gestione doganale, la cosiddetta «handling fee», il cui importo non è ancora stato deciso (dovrebbe essere tra i due e i tre euro). La misura servirà a compensare i costi crescenti delle autorità doganali nel trattare i numerosi invii. Questo contributo sarà applicato su ogni pacco. Secondo i dati della Commissione Europea, nel 2025 nei Paesi dell’UE sono arrivati circa 5,9 miliardi pacchi di basso valore (sotto i 150 euro) da Paesi terzi esenti dai dazi, principalmente dalla Cina.

Nel mirino c’è la Cina

Il prelievo non sarà applicato per pacco ma per «voce» doganale dichiarata: su un singolo invio con più prodotti, questo forfait di tre euro potrà quindi essere applicato più volte. Bruxelles sostiene che la misura non è diretta contro un attore particolare o un Paese particolare, ma è chiaro che nel mirino ci sono i pacchi provenienti dall’Asia e in particolare dalla Cina.

E nel nostro Paese? «La Svizzera dispone già di un sistema di questo tipo grazie all’introduzione della tassazione delle piattaforme», ci spiega Patrick Erny, direttore di Swiss Retail Federation, l’associazione delle imprese attive nel commercio al dettaglio in Svizzera. Dal 1. gennaio 2025, infatti, le piattaforme straniere che realizzano in Svizzera un fatturato superiore a 100 mila franchi sono tenute a pagare l’IVA fin dal primo franco. Prima invece, per gli acquisti online al di sotto dei 62 franchi circa (con una soglia di esenzione dall’IVA di cinque franchi) non venivano applicati dazi all’importazione. «In questo senso, è l’UE a essere in ritardo rispetto alla Svizzera in materia, e non viceversa». Tuttavia, per l’organizzazione di categoria, oggi, «non è possibile valutare appieno se la tassazione delle piattaforme in Svizzera venga effettivamente applicata».

Centro di smistamento dell’UE

Ma c’è di più. Nell’Unione europea, da novembre (vedi box) potrebbe essere introdotto un ulteriore balzello per la gestione doganale di questi pacchetti. Si parla di un importo di due o tre euro a invio, che andrà ad aggiungersi al dazio di 3 euro in vigore da ieri.

Swiss Retail Federation, lo scorso marzo, ha lanciato l’allarme: la Svizzera rischia di diventare un «hub» di importazione, o meglio, un centro di smistamento gigante utilizzato dai colossi dell’e-commerce per distribuire i pacchetti nel resto d’Europa aggirando i balzelli. Pertanto, chiedeva alla politica di attivarsi per scongiurare questo scenario. Detto, fatto. Lo scorso 5 giugno, il Consiglio federale ha avviato la procedura di consultazione per la revisione parziale della legge federale sulla sicurezza dei prodotti che, oltre ad un rafforzamento, mira introdurre nuove prescrizioni per il commercio online.

«Servono le stesse regole»

Una delle grandi novità è che il Consiglio federale avrà la possibilità di riscuotere una «tassa di sorveglianza» sui prodotti del commercio online: questo balzello supplementare «serve in generale a coprire i costi sostenuti specificamente dagli organi di esecuzione nell’ambito della sorveglianza del mercato dei prodotti nel commercio online», spiega il Governo. Si parla di un importo massimo che ammonta «al massimo a cinque franchi per ogni prodotto venduto».

La consultazione si concluderà il prossimo 28 settembre. Il direttore di Swiss Retail Federation, dal canto suo, ci spiega che l’organizzazione accoglie favorevolmente questa proposta. Per Patrick Erny, «è di fondamentale importanza che a tutti gli operatori di mercato – siano essi commercianti attivi in Svizzera o piattaforme estere – si applichino le stesse regole, al fine di garantire condizioni di concorrenza eque». A suo avviso, però, «in questo ambito permangono ancora notevoli lacune normative, ad esempio in materia di sicurezza dei prodotti, tasse ambientali o applicazione della legge».

Un numero a sei cifre

Il numero uno dell’organizzazione del commercio al dettaglio invita inoltre il Consiglio federale a dare seguito alla volontà del Parlamento. Ricorda inoltre che sono ancora pendenti trenta atti parlamentari sul tema. Serve, insomma, una sorta di «Lex Temu» che regoli le piattaforme di e-commerce estere.

I numeri sono elevati: all’aeroporto di Zurigo arrivano più di 100 mila pacchetti al giorno. «Purtroppo non disponiamo di dati ufficiali o attendibili sul volume effettivo delle spedizioni di piccoli articoli provenienti dall’Asia. Sulla base delle informazioni e delle stime a nostra disposizione, ipotizziamo un numero di spedizioni a sei cifre al giorno», sostiene Erny.

Fino a cinque volte in più

Da un’indagine del Tages-Anzeiger pubblicata in primavera, tuttavia, emerge che la grande fetta del mercato non è dominata dai pacchi provenienti dalla Cina. Bensì dai maggiori rivenditori nazionali come Digitec, Galaxus, Zalando e Brack. I dati sulle spedizioni da parte della Posta rilevano infatti che solo un pacco su dieci consegnato dalla Posta proviene dall’Asia.

Non è tutto. La rivista per consumatori svizzero-tedesca «Saldo» ha pubblicato una ricerca da cui emerge che Galaxus offrirebbe gli stessi prodotti di Temu, ma a un prezzo molto più elevato: fino a cinque volte di più. La scoperta ha fatto il giro della stampa d’Oltralpe: Galaxus, a 20 Minuten, ha indicato che i prodotti in questione (ora temporaneamente ritirati dal negozio online) sono stati acquistati tramite un intermediario e non direttamente da Temu.

L'offensiva parlamentare

I pacchi di piccole dimensioni provenienti dall’Asia sono stati anche all’ordine del giorno della recente sessione estiva alle Camere federali. A inizio giugno, il Consiglio nazionale ha infatti seguito gli Stati e ha definitivamente approvato due mozioni che chiedono di intensificare i controlli. Ora, il Consiglio federale è chiamato a renderle realtà.

Il primo atto parlamentare, del «senatore» ticinese Fabio Regazzi (Centro), chiede di migliorare la sicurezza, garantire il rispetto degli standard minimi svizzeri e porre fine alla concorrenza sleale che penalizza le PMI elvetiche. Secondo il consigliere agli Stati, spesso i piccoli pacchi sono inviati a tariffe preferenziali e senza un’adeguata verifica della conformità. A ciò si aggiunge un gran numero di spedizioni non dichiarate o dichiarate in modo scorretto, che sfuggono a tutti i controlli e si rivelano spesso contraffatte. La mozione domanda quindi al Governo di presentare una soluzione per finanziare le verifiche aggiuntive prevedendo una piccola imposta per questo tipo di invii.

La seconda mozione, presentata dal consigliere agli Stati Benedikt Würth (Centro/SG) chiede al Governo di attivarsi per creare una base giuridica che obblighi le piattaforme di commercio online estere a etichettare in modo chiaro e inequivocabile sui loro siti tutti i prodotti che non possono essere immessi sul mercato svizzero, per questioni di sicurezza, protezione del marchio, dell’ambiente o di altri requisiti legali. Il Consiglio federale, dal canto suo, si è detto contrario a entrambi gli atti parlamentari, sostenendo che sono già in corso lavori legislativi che affrontano queste preoccupazioni.

Il Consiglio nazionale a giugno ha anche approvato una mozione di Florence Brenzikofer (Verdi/BL) che obbliga le piattaforme di e-commerce estere a rispettare gli standard di mercato e di sicurezza svizzeri. Il dossier è ora agli Stati.

In risposta ad alcune interpellanze del consigliere nazionale ticinese Alex Farinelli (PLR), il Governo a febbraio ha ammesso che a fronte delle risorse attualmente disponibili, l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) può controllare solo una minima parte del commercio online.