Caos al TPC

Fiorenzo Dadò, la falsa testimonianza c’è: «Ma sono pronto a oppormi»

Il Ministero pubblico ha scagionato il presidente del Centro dall’accusa di denuncia mendace in relazione alle informazioni portate in Commissione, ma sul decreto di accusa promette battaglia
©Gabriele Putzu
Francesco Pellegrinelli
31.03.2026 18:00

Un decreto d’abbandono e uno d’accusa. Che il diretto interessato, il presidente del Centro Fiorenzo Dadò, ha già deciso di voler impugnare, «per chiarire una questione che va oltre la singola vicenda personale».

Il caso, ricordiamo, era balzato agli onori della cronaca a novembre 2025, quando – dopo aver archiviato l’intricata vicenda della situazione che si era venuta a creare all’interno del Tribunale penale cantonale, dapprima con la destituzione di due giudici e, poi, con le dimissioni spontanee di un terzo giudice, il presidente del TPC – il Ministero pubblico aveva deciso di aprire un procedimento penale nei confronti di Fiorenzo Dadò per denuncia mendace e falsa testimonianza. In particolare, il procuratore generale Andrea Pagani, titolare dell’incarto, voleva chiarire le circostanze e gli intenti con cui il presidente del Centro, all’epoca presidente della Commissione giustizia e diritti, aveva portato nel gremio parlamentare alcune informazioni a lui giunte con una «missiva priva di mittente».

Ebbene, oggi, il Ministero pubblico ha comunicato di aver concluso gli accertamenti necessari. Accertamenti in base ai quali Pagani ha firmato, come detto, un decreto d’accusa per il reato di falsa testimonianza (in relazione alle dichiarazioni rilasciate da Dadò al procuratore generale) e, nell’ambito del medesimo procedimento, un decreto d’abbandono per il reato di denuncia mendace.

Quest’ultimo addebito – si legge in una nota del Ministero pubblico – «si riferiva alla consegna nel settembre 2024 alla Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio di un’asserita lettera anonima riguardante la situazione venutasi a creare al Tribunale penale cantonale». Ebbene, secondo il Ministero pubblico, «sulla scorta di un attenta ricostruzione dell’accaduto e degli interrogatori svolti, non è risultato adempiuto l’elemento soggettivo del reato ipotizzato, che impone la presenza di dolo diretto». In sostanza, il procuratore generale Andrea Pagani ha ritenuto che Dadò non abbia agito con la consapevolezza e la volontà di danneggiare nessuno. Senza l’elemento del dolo diretto, quindi, il reato di denuncia mendace è caduto.

«Non volevo nuocere»

«Per quanto riguarda la denuncia mendace c’è piena soddisfazione», ha commentato al Corriere del Ticino il diretto interessato. «È un reato infamante per chiunque, a maggiore ragione per un politico. Io non ho mai agito con l’intento di nuocere a qualcuno».

Rimane tuttavia la falsa testimonianza, che invece il Ministero pubblico ha riconosciuto. Del resto, lo stesso Dadò aveva sostanzialmente ammesso i fatti immediatamente dopo l’apertura del procedimento. Il presidente del Centro aveva spiegato il suo agire con l’intento di tutelare la propria fonte. Una posizione che oggi continua a difendere: «La mia premessa è questa: un deputato, per poter svolgere la sua funzione in modo ottimale, in generale deve poter proteggere le proprie fonti. Il fatto che possa essere condannato per non aver rivelato chi gli ha fornito informazioni pone evidentemente un problema che andrà discusso in Gran Consiglio».

Al riguardo, Dadò ha ricordato un atto parlamentare pendente inoltrato dai deputati MpS Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini e ha ribadito che tutelerà sempre le sue fonti: «In caso contrario vorrebbe dire tradire i cittadini che vengono da te e ti danno informazioni utili da approfondire».

Detto ciò, il presidente del Centro ha rilanciato, da una parte prendendo atto della decisione del procuratore generale, e dall’altra impugnandola: «Sono stato accusato per aver difeso un cittadino che si è fidato di me. Pertanto, faremo opposizione contro questo decreto, poi valuteremo».

Secondo il Centro, l’attuale impostazione giuridica non consentirebbe infatti ai deputati di dare ai cittadini le garanzie necessarie di massima riservatezza.

Una soluzione potrebbe essere di estendere le medesime garanzie che vengono date ai media e ai giornalisti anche ai deputati del Gran Consiglio? «Questa potrebbe essere una strada da percorrere, e comunque il tema si pone. L’iniziativa dell’MpS sarà l’occasione per poterne discutere e fare gli approfondimenti necessari, cercando al contempo di capire che cosa succede a livello federale dove le garanzie per i deputati sono più estese», ha concluso Dadò.

Quanto a un suo possibile rientro nella Commissione giustizia e diritti, che il deputato aveva lasciato spontaneamente con l’apertura del procedimento penale unitamente alla rinuncia dell’immunità parlamentare, Dadò temporeggia: «Non so, nel frattempo sono entrati altri colleghi, è una questione che andrà discussa al nostro interno».

«Ci si può fidare»

Anche l’Ufficio presidenziale del Centro ha espresso soddisfazione per l’esito dei chiarimenti della Magistratura in relazione all’accusa di denuncia mendace. Quanto, invece, al decreto d’accusa per falsa testimonianza, il vicepresidente Giorgio Fonio ha commentato in questi termini: «Questa decisione è stata presa perché Dadò ha protetto le sue fonti. Il meno che si possa dire, quindi, è che del presidente del Centro ci si può fidare». Al netto di questo, però, l’attuale legge, secondo Fonio, pone una serie di interrogativi: «Un deputato oggi si deve difendere da un’accusa per aver svolto il proprio compito di parlamentare».

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