Processo

«Ha degradato sua moglie a mero oggetto sessuale»

Chiesti 7 anni di reclusione per l’uomo che avrebbe commesso abusi di ogni tipo nei confronti della consorte - La difesa si è battuta per il proscioglimento dell’imputato dai principali capi d’imputazione:«Accuse non sorrette da prove»
I fatti rievocati in aula risalgono al periodo tra il 2023 e il 2025. © alamy
Spartaco De Bernardi
16.06.2026 19:30

«Altro che rapporti consensuali. Ha degradato sua moglie a un mero oggetto sessuale». La procuratrice pubblica Valentina Tuoni non ha dubbi: quelle commesse dal 30.enne cittadino italiano domiciliato nel Mendrisiotto a processo da oggi, martedì, di fronte alla Corte delle Assise criminali sono delle violenze carnali. E per questo, oltre che per gli altri reati elencati nell’atto d’accusa, va condannato a sette anni di reclusione e a 15 di espulsione dalla Svizzera. Reati che l’uomo, a parte qualche eccezione, ha contestato su tutta la linea. «Non l’ho mai costretta a fare nulla. È sempre stata consenziente. Ve lo giuro», ha ripetuto durante il dibattimento. Gli episodi contestatigli dall’accusa vanno dall’ottobre del 2023 al maggio del 2025 e sarebbero avvenuti sia nel Locarnese, dove l’uomo era andato a vivere nell’abitazione della sua compagna che avrebbe di lì a poco sposato e dalla quale ha avuto una figlia, sia nel Mendrisiotto. «Non ho mai stuprato nessuno. Solo l’idea mi fa ribrezzo», ha aggiunto l’uomo, patrocinato dall’avvocata Luisa Polli, prima di scoppiare a piangere. «Ma allora perché sua moglie avrebbe deciso di sporgere denuncia nei suoi confronti raccontando dei rapporti sessuali che l’avrebbe costretta a subire sia prima, sia durante il matrimonio?», gli ha chiesto la presidente della Corte, giudice Monica Sartori-Lombardi. «Sono delle brutte accuse, rivolte contro una persona con la quale non vuoi più essere sposata. Se mi ha denunciato è solo perché vuole il divorzio», le ha risposto l’imputato, in carcere dal 19 giugno dell’anno scorso. Il 30.enne nega anche di aver picchiato la consorte, colpendola più volte con pugni e calci fino ad arrivare a stringerle il collo con le mani. «È successo qualche volta che le mettessi le mani addosso, ma non ho mai voluto farle del male, né tantomeno strangolarla».

«Più soffrivo, più lui godeva»

La tesi difensiva dell’uomo, ribadita in arringa dalla sua patrocinatrice, è stata evidentemente contestata su tutta la linea dalla pp Tuoni. «Nega tutto, anche l’evidenza», ha affermato in requisitoria la rappresentante della pubblica accusa. Ripercorrendo i verbali resi dalla vittima, ha rammentato come la donna non gradisse determinate pratiche sessuali che il marito la costringeva a subire. Malgrado gli dicesse di fermarsi a causa del dolore che provava, lui andava fino in fondo. «Più soffrivo, più lui godeva», ha dichiarato la giovane che dal 30.enne ha avuto una figlia. «Le sue dichiarazioni sono costanti, univoche e lineari. Ed anche il suo comportamento è in linea con quanto raccontato nei verbali», ha proseguito la pp Tuoni, la quale si è chiesta quali motivi avrebbe avuto per denunciare le violenze se non le avesse subite veramente. «Ha avuto coraggio», le ha fatto eco il patrocinatore della donna, avvocato Carlo Borradori, per il quale quella rievocata in aula penale non è la vicenda di una coppia che pratica sesso spregiudicato, ma è una storia di bieca violenza e sopraffazione. «Violenza del più forte nei confronti della più debole», ha rincarato il legale chiedendo che il marito della sua assistita venga condannato a versarle 20 mila franchi quale risarcimento per il torto morale subito.

Una relazione degradata

Rammentando che sia l’imputato sia la presunta vittima hanno ammesso che la loro era una relazione ormai degradata, l’avvocata Polli ha insistito sull’assenza di elementi oggettivi in supporto alle accuse che la donna, peraltro attraverso versioni non lineari e talvolta contraddittorie, rivolge al marito. «Mancano testimonianze dirette ed evidenze mediche», ha sostenuto la patrocinatrice del 30.enne. Insomma, secondo l’avvocata Polli «mancano le prove necessarie per poter pronunciare una sentenza di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio». E di dubbi, secondo la legale, ve ne sono parecchi in questa vicenda. Come quello, concreto, che la presunta vittima abbia enfatizzato i fatti raccontati agli inquirenti. E proprio in virtù del principio «in dubio pro reo», il suo assistito va prosciolto dai reati principali di violenza carnale e coazione sessuale. Per gli altri reati non contestati, l’anno trascorso in carcere è stato ritenuto più che sufficiente dall’avvocata Polli.

La sentenza della Corte delle Assise criminali verrà pronunciata giovedì a metà pomeriggio.