«Ma quale “pacco” ai mandanti, non c’è stato alcun danno»

«Ma quale “pacco”, era un’operazione lecita che non ha danneggiato nessuno». A prendere la parola, oggi, sono state le difese dei tre imputati alla sbarra da mercoledì alle Assise criminali con l’accusa di amministrazione infedele aggravata. I tre, una coppia di fiduciari italiani di 61 e 60 anni e un contabile ticinese di 76, sono in sostanza accusati dal procuratore generale Andrea Pagani di aver danneggiato per quasi tre milioni di franchi la famiglia di un imprenditore lombardo attivo nella produzione di componenti in acciaio. Come? Costituendo una galassia societaria di una dozzina tra SA e Sagl svizzere e Srl italiane e sottoscrivendo una trentina di contratti fiduciari con il solo scopo, secondo l’accusa, di liberarsi di un oneroso mutuo da 1,7 milioni servito ad acquistare due proprietà in Piemonte, «rifilandole» alle presunte vittime.
Accuse categoricamente respinte dalla difesa. Gli avvocati Daniele Timbal e Davide Corti, patrocinatori dei due fiduciari, hanno argomentato che non vi è stato alcun danno, che la cessione di crediti era lecita e che tutto è stato fatto nell’interesse e con l’accordo dei mandanti. Un risparmio fiscale – ossia l’incarico conferito a monte – a loro dire c’è stato. Lo sostiene per esempio una perizia di parte, commissionata a un professore italiano esperto di finanza, secondo cui lo stesso ammonta a 850 mila franchi, mentre l’intera operazione è finanziariamente sostenibile. Conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle della perizia giudiziaria commissionata dal procuratore generale alla SUPSI, che ridimensiona il risparmio fiscale a 250 mila franchi ed evidenzia come l’operazione non fosse sostenibile (anche se non è possibile stabilire se ciò fosse noto sin dall’inizio). «L’intero progetto è stato voluto dalla famiglia dell’imprenditore ed era loro perfettamente noto», ha chiosato Corti. «I rapporti contrattuali erano reali e non c’è stato alcun indebito profitto. La finalità dell’intera operazione è quella di creare un costo esterno all’azienda dell’imprenditore ottenendo così un risparmio fiscale». Il legale della 60.enne commercialista ha quindi chiesto la piena assoluzione del suo assistito. In subordine, ha invocato la prescrizione. Per il reato di amministrazione infedele aggravata essa è fissata in 15 anni: secondo l’accusa, il termine deve partire dal 2014, anno dell’ultimo presunto illecito che fa parte di un’azione unica e continuata iniziata nel 2003. Per Corti e Timbal, occorre invece applicarla separatamente per ogni trasferimento o contratto. Timbal ha dal canto suo contestato un atto di accusa «poco chiaro», soprattutto nelle circostanze di tempo e di luogo dei fatti contestati al suo cliente, il 61.enne professore e fiduciario. Quanto allo schema societario, «gli incarichi erano chiari, così come i compensi. I nostri assistiti non sono mai subentrati nella gestione delle SA».
Dal canto suo, l’avvocato Giuseppe Gianella, patrocinatore del contabile 76.enne, amministratore unico della società luganese costituita per fungere da veicolo di pagamento, ha fatto notare come il suo assistito «non ha ottenuto alcun vantaggio, a parte un compenso pattuito di 2.000 franchi al mese per la sua attività. Era un semplice esecutore, inconsapevole e senza autonomia decisionale. Gli si può rimproverare una grave negligenza, ma non basta per un addebito penale». Anche Gianella si è battuto per l’assoluzione del suo cliente: «Siamo davanti a un caso estremamente complesso: avrebbe dovuto capire che c’era il rischio di danneggiare qualcuno, ossia qualcosa che né il procuratore generale né gli accusatori privati hanno intuito se non grazie a una perizia?».
La sentenza della Corte presieduta dal giudice Amos Pagnamenta verrà pronunciata domani pomeriggio.

