Cosa dicono i mercati

Lo scenario attuale e quello post-guerra

Gli operatori guardano e cercano di anticipare quanto accadrà con la fine del conflitto nel Golfo Persico
©Seth Wenig
Francesco Paglianisi
31.03.2026 06:00

Monitorare ogni tweet finanziario sui social, contare le navi che riescono a passare indenni dallo Stretto di Hormuz, calcolare il numero di missili rimasti a disposizione e cercare con queste informazioni di afferrare il minimo di mercato, è una delle operatività più ricorrenti nella fase attuale, tuttavia correre dietro i prezzi non è mai stato uno sport salutare. È preferibile avere la consapevolezza di dove ci si trovi e prepararsi allo scenario futuro, quello che, seppur tra le macerie, vedrà probabilmente i prezzi del petrolio e del gas tornare alla normalità. Dove ci troviamo? Robert Pape, politologo americano esperto da 30 anni di sicurezza internazionale, sostiene che siamo al bivio fra la fase 2 e la fase 3. Il punto di discontinuità si è avuto nel 2018, quando sono stati stracciati gli accordi sul programma nucleare. Da allora il Pentagono entra nella fase 1, quella preparatoria, di valutazione concreta di un possibile conflitto. Nel giugno 2025 si passa alla fase 2, in cui inizia lo scontro effettivo, che secondo Robert Pape include in continuità gli ultimi sviluppi. Nei piani era previsto che gli USA potessero disarticolare le infrastrutture iraniane mettendo a segno una serie di vittorie tattiche, ma nello stesso tempo era prevista la possibilità di un negoziato o un exit strategy americana. Di qualsiasi tipo. Il problema, sostiene Robert Pape, che una vittoria tattica può coincidere con una sconfitta strategica.

Chi ha il controllo dello stretto di Hormuz e dov’è l’uranio arricchito? La risposta implicherebbe accettare la sconfitta strategica da parte americana, ma se non avviene si corre il rischio d’entrare nella «trappola dell’escalation», che significa passare dalla fase 2 alla fase 3, con l’impiego di forze sul campo. Siamo ad un bivio: successo del negoziato Iran-USA o fase 3. Se la valutazione del politologo americano è corretta, dovremo aspettare solo qualche seduta per capire se si passerà alla fase successiva. Se anche un solo soldato americano dovesse entrare sul suolo iraniano, il mercato sconterebbe l’ipotesi peggiore, mettendo in bilancio la possibilità di una sconfitta strategica.

Nella logica di chi lavora sui mercati finanziari non si aspetta l’evento, lo si anticipa e se le aspettative sono negative si rimane liquidi o si vende. L’orizzonte temporale si estende al 15 maggio, ultimo giorno dell’incontro tra Trump e Xi Jinping. In questo arco di tempo, l’amministrazione americana dovrà cercare di guadagnare una posizione di forza che consenta un confronto alla pari con la Cina. Questo rende le prossime settimane particolarmente rischiose. La notizia positiva è che, storicamente, la capacità di sopravvivenza del sistema è elevata. Dalla crisi del 1929, passando per quelle del 1973 e del 1979, fino ad arrivare più recentemente al 2001, 2008, 2020 e 2022, il sistema ha sempre trovato la via per tornare alla normalità. Quindi occorre guardare oltre. Oltre c’è uno scenario dove probabilmente il dollaro ritorna ad essere venduto e l’oro ad essere acquistato. Le macerie le conteremo in termini di squilibri finanziari sul debito americano e su un’economia più fredda, con una variabile del lavoro più debole anche a causa dell’avanzata dell’AI. L’inflazione ritornerà a puntare verso il basso e, se i tassi centrali tarderanno a scendere come nel 2023 e all’inizio del 2024, i rendimenti della parte a lunga scenderanno, da quale livello è difficile dirlo, ma scenderanno. Cambieranno le relazioni con gli USA, ma avanzerà il multilateralismo, che significa una migliore redistribuzione della ricchezza globale e minori tensioni sulle catene di approvvigionamento. Essere prudenti sul breve è un dovere, ma il futuro ci potrebbe regalare un mondo economicamente più bilanciato.