Le elezioni tra parole, attese e silenzi

È tempo di parole, silenzi, attese e strategie. Il Ticino politico si avvicina all’appuntamento dell’aprile 2027 con quella miscela inconfondibile di tattica e nervosismo che precede ogni resa dei conti. Non è ancora campagna elettorale, ma non è più «ordinaria amministrazione». È una terra di mezzo: quella in cui si misura il peso specifico dei nomi, prima ancora di quello delle idee. La domanda, tanto semplice quanto destabilizzante, è una sola: cosa faranno i consiglieri di Stato in carica? Lista di battaglia o di accompagnamento per i partiti? La Lega, dal canto suo, sa già di poter contare sui due uscenti, Claudio Zali e Norman Gobbi. Un vantaggio, ma anche un potenziale boomerang. Perché la forza dell’esperienza può trasformarsi rapidamente nel peso dell’usura. Le dichiarazioni pungenti di Zali nei confronti dell’UDC non hanno schivato nemmeno Gobbi, finito dentro un ragionamento da lui non condiviso: «Non amo quando qualcuno mette in bocca al sottoscritto cose che non ha mai detto». Uella! Che ambientino. Volano gli stracci in via Monte Boglia, direbbe qualcuno la domenica con malcelata soddisfazione se i protagonisti fossero gli altri. E mentre il giornale ora sedicente «d’area» mastica amaro per la discesa in campo di Zali, la strada verso la conferma del raddoppio leghista appare tutt’altro che in discesa. Anzi. Se - come sembra una certezza - tra Lega e UDC non nascerà un’alleanza, il pendolo oscilla a favore di un Governo pentapartito con l’ingresso a scapito della Lega proprio dell’UDC. A quel punto, la domanda diventa quasi crudele: quanti leghisti si stracceranno davvero le vesti se Zali non dovesse farcela? Perché, sottotraccia, il sospetto serpeggia. Qualche scossa interna non è da escludere, così come un conseguente rilancio tattico dell’alleanza in vista delle Federali e delle Comunali. A fare da contraltare c’è quel potenziale slogan non dichiarato, ma intuibile: meglio Zali che Piero Marchesi. Un messaggio che potrebbe attivare un effetto collaterale: il soccorso decisivo di una sinistra moderata e verdeggiante alla quale Zali, politicamente parlando, non ha mai smesso di strizzare l’occhio. Nel PLR, invece, le speculazioni si sprecano, ma la musica non partirà finché Christian Vitta non scioglierà le riserve. Quarto mandato sì o no? Domanda da un milione. Perché, nel caso di un passo indietro, il partito avrebbe ben poco da offrire in cambio. Promesse non ne può più fare nessuno. Il profumo del raddoppio liberale è oggi poco più che un’illusione, ma si sa: in politica sognare è gratis. E allora, perché non osare davvero? Due big in contemporanea, Vitta e Alex Farinelli. Suggestivo, certo. Ma difficilmente praticabile ora che le anime interne si sono quietate e gli scontri feroci fanno parte della storia. Nel frattempo, c’è chi nicchia, osserva, in apparenza sonnecchia, ma rimane con un occhio sempre aperto, il Centro di Fiorenzo Dadò. Un partito che ha fatto dell’arte dell’attesa un’abile strategia. Raffaele De Rosa sembra pronto a un altro giro sulla giostra governativa, magari anche con il desiderio, neppure troppo nascosto, di passare la patata bollente della socialità e della sanità ad altri. Un dipartimento con dossier che non fanno dormire sonni tranquilli e che, puntualmente, costringe a scelte impopolari. Quelle che logorano tutti, senza distinzione. Dadò, interpellato sulla strategia, non risponde. O meglio: ammicca. E in quell’ammiccamento c’è tutta la sua abilità comunicativa. Dire senza dire, promettere senza esporsi. Una postura che, in tempi di incertezza, può rivelarsi un’arma. A sinistra l’alleanza rossoverde è data per acquisita. Mentre l’idea di una grande unione con l’estrema sinistra resta più suggestiva che concreta. Affascinante sulla carta, fragile nella sostanza. Perché immaginare il «gatto e la volpe» dell’MPS allineati dentro una strategia comunicativa univoca, disciplinati nei tempi e nei modi da un foglio scritto, è esercizio di pura fantasia. Marina Carobbio, dal canto suo, ha solo un piano A, la rielezione. Possibilmente senza scossoni. E soprattutto senza Greta Gysin al fianco. I piccoli Verdi di oggi non sembrano avere la forza per imporre una coabitazione che già nel 2023 era stata accuratamente evitata, con una divisione chirurgica delle carriere tra Berna e Bellinzona. E poi c’è il fattore imprevisto. O, se si preferisce, l’incognita movimentista. In Gran Consiglio Amalia Mirante dopo il botto del 2023 continua a tenere alta la bandiera di Avanti con Ticino&Lavoro. Un progetto che, al netto dei numeri, resta l’unico vero tentativo di interpretare una politica diversa, meno ingessata e più reattiva. Dopo il passo leghista, ora si attende il prossimo. Perché in politica, si sa, il silenzio è spesso più rumoroso delle parole. E in questo silenzio carico di attese si giocheranno gli equilibri di un anno che si annuncia lungo, intenso, e tutt’altro che scontato. Il 2027 elettorale, in fondo, è già cominciato.


