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L'editoriale

L'eccesso di debito, un film già visto

L’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente minaccia la stabilità finanziaria dell’Unione europea - Lo ha ricordato l'ERSB nei giorni scorsi - Ma dove si stanno accumulando i rischi?
Generoso Chiaradonna
07.04.2026 06:00

Nei giorni scorsi il Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB, la sigla in inglese), un organo indipendente dell’Unione europea con sede a Francoforte, ha ricordato - come se ce ne fosse ancora bisogno - che l’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente minaccia la stabilità finanziaria dell’Unione europea. È noto che shock energetici, cali in Borsa e rendimenti obbligazionari in rialzo segnalano aspettative di inflazione più elevate nel breve termine e anche un peggioramento della qualità del credito.

Nella sua ultima riunione di questa settimana, l’ESRB ha evidenziato che gli impatti negativi possono manifestarsi attraverso i classici due canali: quello finanziario e quello economico. «Un prolungato periodo di conflitto potrebbe innescare correzioni brusche dei prezzi delle attività e inasprire le condizioni di finanziamento», si legge nell’analisi di quello che è l’organismo responsabile della vigilanza macroprudenziale del sistema finanziario europeo. Istituito nel 2010 in risposta alla crisi finanziaria, il suo obiettivo principale è prevenire o mitigare i rischi sistemici per la stabilità finanziaria nell’UE.

Sul fronte economico, prezzi energetici elevati e incertezza - è bene ripeterlo - pesano sui bilanci di famiglie e imprese. Questo aumenta il rischio di credito nel medio termine, con costi di indebitamento in aumento e un’attività economica più lenta. Questi due fattori aggravano anche il rischio sul debito sovrano. In sostanza, se il prodotto interno lordo cala, anche a parità di debito, il rapporto aumenta. Ciò potrebbe creare le premesse per un’ondata di vendite dei titoli del debito pubblico dell’Eurozona, facendo rivedere - potenzialmente - un film già noto. Ma, oltre al lato del debito pubblico, un altro rischio finanziario sta emergendo con forza: quello legato alle banche esposte al cosiddetto private credit, ovvero il credito non bancario. Stando a Bloomberg, sempre questa settimana, la Banca centrale europea ha avviato verifiche su alcuni istituti per analizzare eventuali criticità. Fallimenti recenti e deflussi miliardari hanno acceso i riflettori su gruppi come Deutsche Bank, Société Générale e BNP Paribas.

Il private credit è concesso direttamente da fondi specializzati (private equity, gestori di asset) a imprese, spesso PMI o startup, senza passare per i canali pubblici dei mercati obbligazionari regolamentati. Sviluppatosi dopo la crisi del 2008 per colmare il vuoto lasciato dalle banche, gravate da regole più stringenti in materia di capitale proprio (Basilea III), è cresciuto fino a quasi 2.000 miliardi di dollari a livello globale, con l’Europa a circa 500-530 miliardi di euro a fine 2025. Dall’inizio di quest’anno, deflussi record hanno però colpito operatori come BlackRock, Blackstone, Blue Owl e Apollo, con richieste di riscatto bloccate o limitate, svalutazioni da parte di JPMorgan e scandali su possibili manipolazioni (è il caso di Blue Owl). Le azioni dei gestori sono crollate anche di oltre il 30% e stanno alimentando i timori di un innesco di una crisi finanziaria analoga a quella dei titoli legati ai mutui subprime tra il 2007 e il 2008.

Giovedì di questa settimana, Blue Owl Capital ha fatto sapere agli azionisti che il suo fondo di punta, Blue Owl Credit Income Corp, che gestisce circa 36 miliardi di attivi, ha ricevuto richieste di rimborso equivalenti al 21,9% del totale nei primi tre mesi dell’anno. Il suo fondo più piccolo, focalizzato sulla tecnologia, Blue Owl Technology Income Corp, ha registrato, invece, una domanda di prelievo ancora più elevata, pari al 40,7%. In entrambi i casi la società ha limitato i rimborsi al 5%, in linea con le pratiche del settore volte a prevenire deflussi su larga scala. Il totale dei prelievi è stato di 5,4 miliardi di dollari. Anche altri fondi concorrenti, come Ares Management e Apollo Global, hanno messo in atto misure analoghe.

Una situazione che ha riportato alla luce le crescenti tensioni in uno dei segmenti della finanza globale in più rapida espansione e che sta allarmando i regolatori da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Il punto, allora, non è stabilire se il rischio esista, ma dove si stia accumulando. E oggi, tra debito pubblico sotto pressione e finanza non bancaria in espansione, le crepe sembrano moltiplicarsi più velocemente degli strumenti per contenerle.