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C'era una svolta: Shari Yantra Marcacci

Dopo quasi vent’anni trascorsi in California, nel 2020 è tornata in Svizzera affermandosi soprattutto come fotografa: «Fidati, nella vita succederanno cose inattese, ma alla fine tutto avrà un senso»
Shari Yantra Marcacci, artista poliedrica ticinese, oggi fotografa, nella sua casa di Losone ©CdT/ Chiara Zocchetti
Marco Ortelli
21.06.2026 17:30

«Se oggi, nel 2026, potessi incontrare me stessa nel 2010, dopo sedici anni, le direi una sola cosa importante: fidati. Le direi di fidarsi di più della vita. Succederanno cose del tutto inaspettate, ma alla fine ogni cosa avrà un senso».

Rincontro Shari Yantra Marcacci a Losone a 16 anni di distanza dalla prima volta, un ritratto per Illustrazione Ticinese con le fotografie di Carlo Reguzzi. Il fotografo oggi è una fotografa, Chiara, mentre il motivo conduttore è rimasto lo stesso: le scelte che svoltano. Nel 2010 Shari viveva a Los Angeles con migrazioni stagionali nel nido ticinese ed elvetico. Ex ballerina classica, dopo aver dovuto rinunciare alla danza per un problema alla schiena aveva trovato nel cinema una nuova strada. Dopo quasi vent’anni trascorsi in California, nel 2020 è tornata in Svizzera affermandosi soprattutto come fotografa.

Dove eravamo rimasti? «Eravamo rimasti che nel 2012 sarebbe dovuto apparire il mio primo lungometraggio, la storia di una ballerina sorda dall’età di sette anni, che sente la musica attraverso le vibrazioni, e ha quale grande sogno diventare una danzatrice professionista…». Come è andata? «Avevamo ricevuto i fondi per scrivere da vari enti: il Dipartimento della Cultura svizzero, la televisione, la fondazione del film di Zurigo. Questo mi ha dato modo di prendermi alcuni anni per scrivere la sceneggiatura. Poi però, purtroppo, come succede spesso nel nostro campo, non tutti i film vengono prodotti. Non abbiamo ricevuto i fondi per girarlo. Fa parte della realtà del cinema indipendente. È stato un duro colpo, perché ci avevo messo l’anima, ma non lo vivo come un fallimento».

Dal cinema alla fotografia

Questo ha influito sul passaggio a una nuova forma artistica? «Dopo quella delusione mi sono concentrata sulla produzione. Ho prodotto corti e lungometraggi: mi piaceva molto lavorare come produttrice, ma con il tempo ho sentito il bisogno di uno spazio creativo più personale, che mi permettesse di raccontare direttamente il mio mondo interiore. Nel 2013 ho iniziato a frequentare workshop di fine art basati su progetti personali. Me ne sono subito innamorata perché finalmente avevo ritrovato un mezzo espressivo immediato. Di cosa c’è bisogno? Ci sono io, un’idea e la macchina fotografica. E quello è stato l’inizio di tutto». Fra i mentori di quel percorso, Aline Smithson, figura di riferimento nella fotografia americana. ««Aline ha creato una rete di fotografi e artisti che ancora oggi si sostengono a vicenda».

Shari Yantra Marcacci e (a dx) il direttore della fotografia Pietro Zuercher sul set di Der Fisch, Los Angeles, 2011. (Foto di Eric Dahan)  
Shari Yantra Marcacci e (a dx) il direttore della fotografia Pietro Zuercher sul set di Der Fisch, Los Angeles, 2011. (Foto di Eric Dahan)  


Perché la fotografia, cosa ti permette di fare meglio? «Il potere di raccontare immediatamente una storia interiore - le vicende che racconto sono sempre molto personali. Con la fotografia ho ritrovato una libertà creativa che mi mancava. Se arriva l’ispirazione, puoi trasformarla immediatamente in qualcosa di concreto». 

Quegli anni - tra il 2013 e il 2017 - si sovrappongono a un percorso molto più intimo. Shari e suo marito hanno affrontato tre anni di infertilità. «È stato un periodo doloroso e complesso, ma anche profondamente trasformativo», racconta. «In quegli anni la fotografia è diventata uno strumento essenziale. Da quel periodo è nato The Journey, progetto che racconta anni di attesa, speranza e trasformazione. In un certo senso la fotografia mi ha aiutata non solo a raccontare quel viaggio, ma anche ad attraversarlo. Poi, nel 2017, un figlio nato in modo del tutto naturale, «come un miracolo». «Diventare madre ha cambiato il mio sguardo: da quel momento il mio lavoro è diventato ancora più attento ai temi della memoria, dell’identità e del passaggio del tempo».

Da Los Angeles a Losone, a Zurigo

Poi un’altra svolta, il ritorno in Svizzera, dapprima in Ticino, a Losone, e poi a Zurigo, nella regione di Zurigo. «Nel 2020 la pandemia ci ha bloccati a Los Angeles con un bambino di tre anni. In California il lockdown era molto severo. Dopo sette mesi in cui nostro figlio non poteva vedere nessuno, abbiamo deciso di tornare in Svizzera. Vedendo nostro figlio finalmente felice, abbiamo fatto un sacrificio per le nostre carriere e abbiamo deciso di restare. Lasciare Los Angeles è stato doloroso, ma per un bambino crescere in Svizzera offre una qualità di vita migliore». Cinque anni dopo, il trasloco a Zurigo. «Il Ticino è bellissimo, ma sentivamo il bisogno di una città più grande, con maggiori stimoli culturali e più opportunità».

Come sta vivendo questo nuovo capitolo?

«Andare a Zurigo mi ha permesso di ritrovare una dimensione più internazionale e stimolante. Mi ha riaperto al mondo: gallerie d’arte, un treno per Parigi, le fiere della fotografia. È una vita molto più sociale e connessa». Il ritorno in Ticino aveva però avuto un valore fondativo. Tornare nei paesaggi dell’infanzia - da cui era partita a undici anni - aveva significato «confrontarmi con ricordi, emozioni e aspetti della mia storia personale che non avevo mai davvero esplorato». È stato un ritorno alle radici, ma anche un’esperienza di sradicamento. Da quell’esperienza è nato Tutto il mio cuore è in Eclissi, serie in bianco e nero. «Mi sentivo sulla soglia tra chi ero stata e chi stavo diventando».

La svolta delle svolte

In un passaggio della biografia romanzata di J.R. Moehringer (Pieno giorno), Willie Sutton, uno dei più famosi rapinatori di banche americani del Novecento, afferma: «Voltatevi a guardare le vostre vite, e provate a vedere se riuscite a individuare il momento in cui tutto è cambiato. Se non ci riuscite vuol dire che non è ancora arrivato». Quando tutto è cambiato? «La svolta più importante è stata trasferirmi a Los Angeles». La prima impressione, però, era stata tutt’altro che folgorante. «Appena arrivata ho voluto subito vedere Hollywood Boulevard con la Walk of Fame. Era sera: senzatetto, strade sporche. Tutto qui? mi sono detta. Che delusione!».

Ma sotto quella crosta c’era qualcosa di completamente diverso. «C’è una mentalità molto positiva: tutto sembra possibile e le persone ti incoraggiano a provarci. Questa atmosfera mi ha dato una grande sicurezza interiore e fiducia nelle mie passioni. Guardando indietro, mi rendo conto che gran parte di ciò che è venuto dopo - la mia carriera nel cinema, la fotografia, mio figlio e persino il mio ritorno in Svizzera - nasce in qualche modo da quella scelta».

In parallelo, da tre anni Shari Yantra Marcacci lavora a Luna Svelata, nuova serie presentata in anteprima lo scorso marzo alla MIA Photo Fair di Milano con la galleria losangelina Alta Vista Arts.

Allora, arrivederci alla prossima s-volta.

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