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Futuro difficile per il Ticino: è crisi profonda

Emerge l’immagine di un Cantone in profonda crisi istituzionale, economica (siamo indirizzati verso la crescita zero) e demografica (con una popolazione autoctona in continua diminuzione e una preoccupante fuga di cervelli)
Giò Rezzonico
28.06.2026 21:00

Un Cantone in profonda crisi con un futuro difficile: è questa l’immagine che scaturisce dalle interviste, pubblicate in questa rubrica nelle scorse settimane, a quattro personalità (Andrea Galli, Bruno Giussani, Angelo Rossi e Renato Martinoni) che hanno costruito una carriera di successo fuori dai confini del Ticino, ma guardano al loro paese con affetto e partecipazione. Dai loro sguardi emerge l’immagine di un Cantone in profonda crisi istituzionale, economica (siamo indirizzati verso la crescita zero) e demografica (con una popolazione autoctona in continua diminuzione e una preoccupante fuga di cervelli). Tutte problematiche che si alimentano a vicenda. Ne scaturisce un paese che fatica ad accettare il cambiamento e pertanto a restare al passo con i tempi.

Un Ticino che sembra moderno ma con un «carattere molto conservatore per non dire reazionario, preoccupato a difendere vecchie visioni e antichi privilegi». La classe politica, dopo aver lottizzato il potere allontanando le menti più libere e difficilmente etichettabili, sembra sfiduciata e in sofferenza di figure interessate ad impegnarsi per la comunità. L’economia, come osserva Angelo Rossi, stenta a crescere ed i cittadini, a causa di una stagnazione dei salari, non potranno certo aspettarsi in futuro un maggior potere di acquisto.

D’altra parte lo Stato, a causa dell’invecchiamento della popolazione, è sempre più in difficoltà nel far fronte a spese sociali in crescita costante.

Dovremo pertanto rassegnarci a ridimensionare le nostre pretese e adattarci a una nuova situazione «in cui non saranno più possibili progetti e politiche finora considerati realizzabili».

Una pillola amara per una popolazione «ancorata ai propri privilegi e poco incline ai cambiamenti, proprio per il timore che la situazione peggiori».

Quanto alla cospicua presenza di lavoratori frontalieri, causa di grandi discussioni e divisioni politiche, dobbiamo renderci conto che senza questo apporto di manodopera la nostra economia crollerebbe a picco. La loro presenza comporta però anche aspetti negativi, che tocca alla politica affrontare. Pensiamo al dumping salariale o al fatto che «un terzo della manodopera ticinese, terminato l’orario di lavoro, se ne torna in Italia e non porta nessun indotto sociale alla nostra società».

A questo punto ci si è chiesti quali qualità saranno necessarie ai nostri politici per affrontare un futuro non certo roseo. È scaturito innanzitutto che sarebbe auspicabile una visione generale d’insieme, elaborata sui tempi lunghi e non su quelli medio-brevi delle scadenze elettorali. Per elaborare un progetto che tenga conto delle interconnessioni istituzionali, economiche e demografiche della crisi, sono d’altra parte necessari coraggio e disponibilità al dialogo: qualità che purtroppo paiono scarseggiare. Sarebbe inoltre opportuno che l’ente pubblico, pur garantendo rigore nei rapporti, riesca a interagire senza pregiudizi con l’economia privata.

Riconoscendole un ruolo chiave nello sviluppo economico senza «considerare gli imprenditori come interlocutori da tenere a distanza». Per terminare tutti concordano sul fatto che la politica dovrebbe superare l’attuale visione eccessivamente ticinocentrica per aprirsi maggiormente alle dinamiche realtà economiche dell’area zurighese e della grande Milano.

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