I ristorni degli altri (che litigano di meno)

Una settimana fa, mentre a Bellinzona si discuteva il blocco dei ristorni, nel paese di Talange vicino al confine con il Lussemburgo si è tenuto un incontro pubblico per presentare una richiesta urgente. Nel Gran Ducato entrano ogni giorno 175mila frontalieri da Francia e Germania, e non ne esce un singolo franco, anzi euro, di ristorno.
«È una situazione svantaggiosa a cui va posto rimedio» secondo i promotori, quattro sindaci ed ex sindaci francesi che hanno creato un’associazione - scrive il quotidiano lussemburghese Virgule - per rivendicare un accordo come quello tra Francia e Svizzera. Se il solo canton Ginevra ha versato a Parigi 372 milioni di ristorni nel 2022, hanno calcolato, a loro spetterebbero 270 milioni l’anno. «Ci farebbero comodo».
Numeri in aumento
È la dimostrazione di come là dove c’è frontalierato - e ce n’è in tutta Europa - le polemiche sulle spartizioni fiscali non mancano, anche all’interno dell’Unione, soprattutto in tempi di bilanci pubblici in affanno. I numeri del pendolarismo, per altro, sono in aumento ovunque. Se in Svizzera i permessi G hanno raggiunto quota 413mila (240mila francesi) in Lussemburgo sono oltre la metà (225mila, compresi anche i belgi) su un territorio 16 volte più piccolo. In Liechtenstein rappresentano il 54 per cento della forza lavoro (25mila) e sei su dieci vengono dalla Svizzera. Nel Principato di Monaco sono oltre 50mila, nove lavoratori su dieci, aumentati di un terzo negli ultimi quindici anni (oltre 5mila vengono dalla Liguria, che non è nemmeno confinante). Nella piccola Andorra i fronterers, in catalano, sono solo 1.700, ma anche per loro sono in vigore accordi con Francia e Spagna e le discussioni non mancano.
«Una giungla di accordi»
Paese che vai - a lavorare - tassazione che trovi. Gli accordi fiscali sull’imposizione sono «una vera e propria giungla» anche perché, sottolinea il professore di diritto tributario della SUPSI Samuele Vorpe, la normativa dell’OCSE è stata lasciata volutamente «in bianco» al riguardo (l’articolo 15 del modello sulle imposizioni) lasciando campo libero «ai singoli accordi bilaterali che per ragioni storiche e politiche sono stati siglati nel tempo, o non siglati, tra i vari paesi».
La stessa Svizzera, ricorda il fiscalista, ha tanti accordi in materia quanti sono gli Stati confinanti (due con la Francia) e inoltre «il versamento dei ristorni avviene a livello cantonale, per cui si è potuta produrre l’attuale situazione asimmetrica per cui il Ticino li ha bloccati, Grigioni e Vallese no».
Ristorni o no
Fatto sta che, al netto di una geografia fiscale molto variegata, a memoria di fiscalista «non risultano altri precedenti alla recente decisione unilaterale del Ticino» prosegue Vorpe, salvo il blocco dei ristorni deciso sempre dal Consiglio di Stato nel 2011. «All’epoca la mossa era pensata per sbloccare la trattativa sul vecchio accordo del 1974, che era di fatto ferma. E a posteriori si può dire che riuscì nell’intento». Oggi la contesa sulla «tassa della salute» è più complessa e il giudizio di Vorpe non è positivo. «A mio avviso è una strategia sbagliata. Va detto che quando le finanze pubbliche languono, da sempre i paesi cercano di tirare la corda del frontalierato dalla propria parte, non solo in Ticino».
Va detto anche, però, che nemmeno il sistema dei ristorni è così frequente. A differenza della Svizzera - che li versa a Italia, Francia e Austria con proporzioni e calcoli diversi, non alla Germania - nella stragrande maggioranza dei paesi vigono accordi che prevedono la semplice trattenuta alla fonte (nello Stato dove il frontaliere lavora) e al massimo la deduzione d’imposta nel paese di residenza (Francia, Germania, Spagna e da ultimo anche l’Italia hanno adottato questo modello, ognuno con le proprie aliquote). L’unica eccezione è il Belgio, dove vige un accordo storico con il Lussemburgo che prevede la retrocessione (rétrocession fiscale) di parte delle imposte versate nel Gran Ducato ai comuni d’origine. Nel 2025 hanno raggiunto il valore record di 52 milioni di euro.
«Il dialogo funziona»
«La collaborazione fiscale con la controparte belga va avanti da oltre un secolo» spiega al telefono Adrien Nuijten, responsabile dei frontalieri presso il sindacato lussemburghese OGBL. «È stata possibile grazie ad allineamenti storici e intese politiche di lungo corso, e non ha mai vissuto grandi tensioni» assicura il sindacalista. «Di sicuro, non si è mai arrivati a un blocco unilaterale». Gli accordi prevedono la possibilità di ridiscutere gli importi, che nel 2015 erano di 30 milioni e si prevede raggiungeranno i 72 milioni nel 2032. «Quando da parte belga si avanzano richieste di aumento, in genere vengono ascoltate». A preoccupare i sindacati lussemburghesi - che sono «in contatto con i colleghi svizzeri in quanto i problemi sono molto simili» - non sono tanto le richieste presentate dai comuni francesi e tedeschi di frontiera a Talange. Piuttosto, quelle che arrivano da Strasburgo. Entro settimana prossima, ricorda Nuijten, il Parlamento europeo «voterà finalmente sull’accordo sul coordinamento della sicurezza sociale , dopo dieci anni di lavori, e questo toccherà da vicino le condizioni dei frontalieri sotto il profilo previdenziale e socio-assistenziale». Anche in Svizzera.
