L'analisi

Il petrolio resta imprevedibile

I prezzi sono saliti meno del previsto durante la crisi di Hormuz, e ora stanno scendendo molto lentamente
©stringer
Lino Terlizzi
21.06.2026 09:30

Quanto accaduto con il prezzo del petrolio negli ultimi mesi ha in parte contraddetto le previsioni prevalenti. È chiaro che la causa scatenante dei rialzi è stata la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che è scoppiata a fine febbraio ed ha comportato anche il danneggiamento di impianti di greggio e gas oltre che blocchi da parte di Teheran dello Stretto di Hormuz, passaggio rilevante per il trasporto via mare di materie prime energetiche e altre merci. I rialzi erano inevitabili a quel punto, ma non hanno raggiunto i picchi previsti da molti. Con i negoziati tra le parti e la tregua, il prezzo del petrolio è poi sceso, ma non nella misura che pure molti avevano stimato. È interessante cercare di capire le ragioni di questi movimenti meno estremi del previsto per quel che riguarda il greggio.

Le cifre del barile

Anzitutto, le cifre. All’inizio di quest’anno il petrolio Brent costava circa 60 dollari USA il barile (159 litri). A fine febbraio, poco prima della guerra contro l’Iran, era attorno ai 70 dollari. Il nuovo conflitto bellico in un Medio Oriente ad alta concentrazione di petrolio ha fatto impennare il prezzo, che ha superato i 100 dollari ed è arrivato in marzo sino a un massimo di 126 dollari. Poi, alcune discese, alcuni rimbalzi e la tendenza al calo, dai circa 110 dollari di metà maggio sino ai circa 80 dollari di mercoledì scorso. La quotazione del greggio ha seguito l’andamento del conflitto bellico, salendo quando questo si intensificava e scendendo quando questo diminuiva. Ma non nelle misure previste. Molti analisti e operatori ritenevano che il prezzo sarebbe rimasto a lungo sopra i 100 dollari. In seguito, con le notizie sul possibile accordo USA-Iran, molti hanno pensato che il prezzo potesse tornare rapidamente ai 60 dollari di inizio anno. In entrambi i casi non è andata così.

Il petrolio non è rimasto sopra i 100 dollari non tanto e soltanto perché c’erano tregue più o meno solide tra Washington e Teheran (nel frattempo peraltro Israele in Libano continuava la campagna contro la milizia filo Iran), quanto soprattutto perché c’erano altri tre fattori. Il primo è che la crescita economica mondiale è in rallentamento e che la domanda complessiva di petrolio nel complesso non è a livelli particolarmente alti. Il secondo è che l’Asia, destinazione principale delle petroliere che passano da Hormuz, ha rinunciato a quantità di greggio importato, con Paesi che hanno ridotto i consumi in emergenza e/o utilizzato le scorte; la Cina, in particolare, ha usato una parte delle sue ingenti scorte. Il terzo fattore è che un po’ di petrolio è riuscito comunque ad arrivare dall’area di guerra, con navi che hanno sfidato il blocco o che hanno concordato il passaggio a Hormuz, e poi con i flussi negli oleodotti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Le incertezze nel quadro

Una volta comparsa la possibilità di un accordo più complessivo tra USA e Iran, il petrolio non è però crollato verso i 60 dollari, è sceso solo molto gradualmente. Il fatto è che molte incertezze rimangono, sui contenuti e sulla durata dell’accordo, sulla gestione dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran (prima della guerra era aperto e nemmeno si parlava di controlli e pedaggi), sui tempi della ricostruzione nell’area mediorientale degli impianti di petrolio e gas danneggiati, sul ritmo della ricostituzione di scorte e riserve nei Paesi, in Asia ma non solo, che le hanno intaccate per ovviare agli arrivi insufficienti. Tante incertezze, che hanno fatto sì che il prezzo del petrolio scendesse ma non crollasse. Due grandi banche americane, Goldman Sachs e Morgan Stanley, nei giorni scorsi hanno abbassato le previsioni per il prezzo del barile nel quarto trimestre, ma lo hanno indicato entrambe attorno agli 80 dollari, non meno. Vedremo come andrà, ma è un fatto che un ritorno e una stabilizzazione sui livelli di inizio anno appaiono non facili.

I dati di diverse fonti sui consumi mondiali di energia mostrano che la quota del petrolio è scesa dal circa 50% dei primi anni Settanta al circa 30% di questi anni. Ci sono stati molti cambiamenti e altre fonti di energia (soprattutto gas e rinnovabili) hanno ampliato le loro quote. Ma, seppur con una quota nettamente minore rispetto a decenni passati, il petrolio è ancora al primo posto. E nel frattempo l’economia mondiale si è molto allargata, dunque le quantità in gioco, anche di petrolio, sono molto ampie. Quando sale o scende in modo consistente il prezzo del greggio, gli equilibri economici più complessivi in qualche modo ne vengono influenzati, in un senso o nell’altro. Continua ad essere giustificata, quindi, l’attenzione con cui spesso si seguono i movimenti delle quotazioni, previsti oppure no, del barile.

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