La felicità interna lorda non cresce con il PIL

Sapete qual è il modo migliore per far salire il Prodotto interno lordo di un Paese? La risposta è molto semplice: far scoppiare una guerra. Infatti, quasi sicuramente, in un primo momento la produzione salirà e la disoccupazione scenderà. Quello che succederà a lungo termine invece è un altro discorso. Il concetto di PIL a volte è paradossale e non è necessariamente collegato al benessere della gente, è piuttosto un concetto neutro, una sorta di misuratore quantitativo che non rispecchia né aspetti qualitativi, né aspetti etici della nostra vita. Di esempi se ne potrebbero fare molti. Basti pensare a tutti i fattori che potrebbero provocare una crescita del PIL ma non un miglioramento umano e sociale, come un aumento della criminalità o delle malattie, come quelle nervose (che, secondo le ultime statistiche, sono molto presenti in Ticino).
Il paradosso della felicità
Il PIL è anche riduttivo rispetto al concetto originale di «economia», che deriva dal greco antico, nata dall’unione di oikos (casa, patrimonio) e nomos (norma, legge), significando letteralmente «amministrazione o gestione della casa». Ma si «gestisce» bene la casa comune quando si produce tanto ma si rovinano la natura, le relazioni, la salute della gente? Quando le città diventano invivibili? Quando i lavoratori si ammalano di stress? Lo scollamento fra PIL e benessere è stato anche studiato dagli economisti, ed è stato identificato il cosiddetto paradosso di Easterlin (o paradosso della felicità), che spiega che con l’aumento del reddito la felicità cresce solo fino a un certo punto, per poi smettere di salire o addirittura diminuire. È per questo che forse è vero che i soldi non fanno la felicità? Non è facile rispondere a questa domanda, e bisognerebbe girarla a qualche miliardario (e forse anche a Elon Musk). Chissà cosa direbbero...
Per superare tutti questi problemi, potremmo utilizzare un indicatore più generale, ossia la cosiddetta Felicità interna lorda (FIL), che misura il livello di benessere e felicità della popolazione di un dato Paese, tenendo conto di fattori come il reddito, la salute, l’istruzione, la sicurezza e l’ambiente, e via dicendo.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha definito undici fattori che determinerebbero la felicità di un individuo, tra cui rientrano reddito, salute, ambiente, sicurezza, equilibrio lavoro-vita privata e istruzione. Uno studio dell’Università di Harvard, che dura da oltre 80 anni, riconosce nelle relazioni interpersonali il fattore più importante per una vita felice.
E non si riferisce soltanto alle relazioni sentimentali: anche gli incontri casuali aumenterebbero il nostro benessere a lungo termine.
Ma qual è la classifica mondiale dei Paesi più felici? Il Rapporto mondiale dell’ONU sulla felicità fornisce informazioni attendibili in merito: per la settima volta consecutiva è la Finlandia a essere coronata come popolo più felice del mondo. La Svizzera si piazza al nono posto, mentre l’Afghanistan con il suo 143esimo posto costituisce il fanalino di coda della classifica. A rendere felici i finlandesi sono fattori che non possono essere dati per scontati, come città sicure, un sistema per l’eliminazione dei rifiuti affidabile e asili nido a prezzi accessibili. Dal canto suo l’Italia si colloca al 38. posto. Una curiosità, il Bhutan, ossia il Paese che ha creato il concetto di FIL, non figura nella classifica ONU perché mancano molti indicatori necessari al calcolo. Va anche detto che tutte le classifiche sono discutibili, visto che i criteri di valutazione non sono mai assoluti. Fra l’altro, le Nazioni Unite hanno anche stabilito la giornata internazionale della felicità, che si celebra in tutto il mondo il 20 marzo di ogni anno.
È importante sottolineare che questo misuratore non è stato ideato per minimizzare l’importanza dello sviluppo economico di uno Stato, ma vuole migliorare in questi Paesi l’istruzione, la protezione dell’ambiente e lo sviluppo delle comunità locali. Proprio perché l’uomo non ha solo bisogni di tipo materiali, ma anche spirituali ed etici.
Il PIL non misura il nostro coraggio
Per concludere, ecco due citazioni, che descrivono bene la filosofia che sta alla base della Felicità sociale lorda. Innanzitutto il memorabile, insuperato e forse insuperabile discorso che il 18 marzo 1968, Robert Francis Kennedy, fratello dello scomparso presidente John Fitzgerald Kennedy e a sua volta candidato per il successivo quadriennio alla Presidenza degli Stati Uniti, tenne all’Università del Kansas. Eccone un riassunto. «Il nostro PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. E invece il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta».
La seconda citazione è di Adriano Olivetti, imprenditore italiano che si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio di reinvestire il profitto aziendale a beneficio della comunità. «La spinta per la conquista di beni materiali ha corrotto l’uomo vero, ricco del dono di amare la natura e la vita, che usava contemplare lo scintillio delle stelle e amava il verde degli alberi, amico delle rocce e delle onde, ove, tra silenzi e ritmi, le forze misteriose dello spirito penetrano nell’Anima».
L'esempio del Bhutan
Il calcolo della Felicità interna lorda (FIL) può essere effettuato in molti modi. Una delle metodologie più utilizzate è quella sviluppata dal Bhutan, uno Stato situato ai piedi dell’Himalaya, tra l’India, il Nepal e la Cina, che ha creato questo concetto per misurare lo sviluppo anche in termini di benessere umano, sostenibilità ambientale e preservazione della cultura. La formula di calcolo del FIL del Bhutan tiene conto di nove indicatori di felicità: il benessere psicologico, la salute, l’istruzione, l’uso del tempo libero, la diversità culturale e il rispetto dell’identità culturale, il buon governo, la ricchezza dei rapporti sociali, un ambiente pulito e sano e un livello di vita sostenibile.
In Bhutan nessuno muore di fame, non ci sono mendicanti, la criminalità è ridotta al minimo così come il consumo di droghe, e l’accesso all’istruzione e alla sanità sono gratis. Questo ad esempio, è testimoniato dal fatto che case e negozi non chiudono le loro porte a chiave, e addirittura auto e motociclette vengono parcheggiate con le chiavi inserite. In Bhutan, per tutelare la cultura locale e l’ambiente, sono severamente vietati la vendita di tabacco, il fumo nei luoghi pubblici, l’esportazione di oggetti religiosi e l’alpinismo oltre certe quote. Inoltre, la pubblicità è fortemente limitata e la costituzione sancisce che il 60% del territorio deve restare incontaminato.
Già nel più antico codice di leggi del Bhutan, risalente al 1629, periodo della sua unificazione, si legge che «se il governo non può creare la felicità del suo popolo, allora non c’è alcun motivo per il governo di esistere». Quindi le leggi del Bhutan devono promuovere la felicità di tutti gli esseri senzienti - in accordo con la dottrina buddhista, che predica la compassione verso ogni forma di vita. Il re Jigme Singye Wangchuck afferma che il suo Paese non si concentra solo sul progresso economico, ma sulla crescita di una società umana armonica, in grado di vivere in sintonia con se stessa e con la natura.
