«Le storie dei killer raccontano il nostro tempo malato»

«Non mi accontenterei di un pagamento a forfait... avete in mano una specie di golden share che vale più di un milione... diciamo che quella è la tariffa base e poi ci sono le spese, i bonus, il premio di produzione, le stock options...». Francesca Airoldi (ma non è il suo vero nome e nemmeno quelli dei due altri soci dell’impresa criminale, ovvero l’Uomo con la cravatta e il Biondo), è diretta. E come sempre punta al massimo profitto. Nel nuovo romanzo «Omicidi Srl» (Sellerio, 400 pagine), a lungo in cima alle classifiche di vendita, il giornalista e scrittore Alessandro Robecchi (scrive anche testi per il comico Maurizio Crozza), rimette in pista il trio di sicari presenti in «Il tallone da killer» (Sellerio 2025). Il risultato è uno sfrenato can can con spaccate da brivido e un’ironia vorticosa che congiunge il bello e il brutto della vita in una sorta di carosello sempre più frenetico in cui prede e predatori affrontano gli stessi rischi.
Robecchi, si parte con un grosso incarico: un vecchio, estroso gallerista, vuole eliminare il nipote orfano (i ricchissimi genitori sono morti in un safari in Africa) che alla maggiore età (c’è molto vicino), è destinato ad ereditare un patrimonio milionario che comprende le gallerie gestite dal nonno che non vuole rinunciarvi. Unico movente?
«Non è il solo movente. L’anziano, imbroglione patentato che commercia anche in quadri falsi e molti li fa realizzare da un imbrattatele, chiede ai sicari di eliminare anche un secondo personaggio e le cose per i due della Omicidi Srl si complicano. Arriva nuovamente in loro soccorso una collega molto abile, la Airoldi e, quando durante una trasferta sul lago di Como in incognito, al seguito del nipote da eliminare che ha affittato una villa per festeggiare il compleanno della sua ragazza, un imprevisto cambia le carte in tavola, si ribaltano completamente gli obiettivi (e le sorti) di tutti i protagonisti della storia».
L’arrivo della donna nel duo che diventa un trio, migliora i risultati: è la conferma che il sistema cognitivo femminile è superiore di quello maschile?
«Questa è una cosa di cui sono convintissimo al di là della storia dei gialli. Con questi due sicari da commedia serviva qualcuno che ci sta con la testa. Nel primo libro l’Airoldi era una specie di stagista, ma in questo convince i due e diventa socia a tutti gli effetti della società. Ma non si può fare una regola umana onnicomprensiva: ognuno ha il suo carattere e le sue modalità, però la capacità della donna aiuta i miei killer a vedere le cose anche da un’altra angolazione che arricchisce il punto di vista».
I sicari a pagamento, metafora del nostro tempo?
«Certo. Ammazzare la gente per soldi è una metafora del nostro sistema dove sopravvive il più forte: gli interessi economici e il potere decidono tutto. Nei romanzi gialli uccidere la gente sembra una cosa facile, quasi una normalità, ma giocando con la commedia, la realtà è molto più difficile di quello che si crede. Il piano A fallisce e allora ci vuole un piano B o C, e nonostante i diversi contrattempi, il trio ha una sua professionalità operativa che li aiuta: conoscono un po’ di trucchi e li usano, e mi piaceva con i miei killer fare un po’ di satira sull’azienda, sull’economia, sul capitalismo».
Le tematiche reali sempre presenti nei suoi romanzi, indispensabile sottofondo?
«Le mie storie sono immerse nel nostro tempo che non è un gran tempo, e sono preoccupato non per me ma per i miei figli. Non mi piace che i prepotenti governino il mondo».
Milano - a meno di un’ora dal Ticino - è sempre epicentro delle vicende che racconta nei suoi libri e che lei descrive con un certo distacco se non fastidio: che cosa la disturba o la irrita della città?
«Premetto che io amo Milano perché è la mia città, e amandola molto posso permettermi di odiarla in modo cristallino. Con le ultime evoluzioni Milano è diventata un posto per ricchi, un po’ perché arrivano i milionari attratti dal fatto che siamo un paradiso fiscale (l’Italia non Milano), e un po’ perché è, come dice il Sindaco, una città attrattiva. Sta cambiando molto pelle, è diventata molto cara, e questo me la rende un po’ antipatica. Anche se è una città che ha accolto sempre tutti, ha fatto lavorare tutti - è medaglia d’oro della Resistenza -, pur restando una città di grande inclusione, in questo momento include solo i milionari. Per questo il ceto medio impoverito è comprensibilmente spaventato, e ha una sua rabbia interna trattenuta: in questo momento, secondo me, Milano non è una città felice».
Milano nei suoi romanzi, è una sorta di New York?
«Milano è la finanza, la moda, il design, belle vetrine, macchine, soldi. Ma c’è anche un’altra Milano, quella delle periferie e del ceto medio che non ce la fa più e viene poco raccontata. La descrizione di Milano che si fa comunemente rasenta la macchietta: invece, essendo una città piccola le disuguaglianze sono molto ravvicinate fra loro. Si passa dalle zone del centro con le case a ottomila euro e più al mq. e le altre cose per cui Milano è invidiata nel mondo, e dietro l’angolo è già tenebrosa periferia».
Il ritmo vertiginoso e appassionante di questo romanzo, nuova tecnica nei suoi noir?
«Il ritmo vorticoso è dato dal fatto che volevo unire il giallo e la commedia, e in una commedia ci vuole un po’ di ritmo da otto volante. Mi sono un po’ rifatto ai film con Walter Matthau e Jack Lemmon per giocare con il genere giallo che ha canoni nobilissimi, ma ogni tanto è bello entrare e uscire dalla tradizione sconvolgendo le regole».
Nei suoi romanzi, l’ironia è l’antidoto che trasforma la tragedia in commedia esilarante?
«Io nasco come autore e giornalista satirico, e l’ironia è una lente per guardare il mondo che secondo me è imprescindibile. Il mondo non è un gran che, e se uno non sa guardarlo almeno lateralmente con gli occhi dell’ironia, diventa veramente un disastro. Non c’è cosa al mondo che non abbia un suo lato un po’ ridicolo e divertente che si presti ad essere preso un po’ in giro. Ogni cosa può essere detta anche con leggerezza, e questo penso aiuti proprio la comprensione. Ho un motto che mi piace molto, una frase di Billy Wilder che dice: «Se proprio devi dire la verità, dilla in modo divertente, perché quelli che fanno ridere verranno risparmiati». Ho fatto di questa frase il mio motto perché penso che si possa trattare qualunque argomento con una leggerezza che non vuol dire superficialità. Ma penso che trattarlo con ironia lo renda più comprensibile».
Carlo Monterossi, il personaggio di dieci gialli, qui è solo nominato, e così Flora De Pisis, la divina della trasmissione TV Crazy Love: a quando l’undicesima storia?
«Monterossi non è scomparso. La televisione - di cui conosce bene i meccanismi e sa cosa vuol dire seguire le curve degli ascolti, quel cinismo televisivo che tra un punto di share e la verità sceglie un punto di share -, è un affare commerciale: ogni ora di spettacolo ci sono 20 minuti di pubblicità, ed è quella che regge il sistema. La TV è un’azienda che non produce saponette, ma divertimento, opinioni, senso comune e orienta nelle scelte. Molte cose che trasmette sono una via di mezzo tra stupidità e pericolosità come il programma condotto dal mio personaggio, Flora De Pisis. Perciò ho bisogno di una storia a cui servano gli occhi del Monterossi che ha un modo tutto suo di guardare le cose che gli succedono, e soprattutto la società che lo circonda analizzata dal suo punto di vista».