Soldati fantasma sul fronte mediorientale

La prima ondata di attacchi cyber ha investito le banche iraniane a metà giugno. Neppure una settimana dopo è arrivata la seconda con problemi nelle filiali e qualche protesta politica per la mancanza di vigilanza. Tutto è avvenuto all’ombra del fragile memorandum di intesa tra Usa e Iran dopo settimane di scontri, annunci di tregua, minacce.
Dietro le incursioni contro il sistema bancario potrebbero esserci gli hacker noti come Predatory Sparrow, un gruppo che si ritiene collegato in qualche modo all’intelligence israeliana. Una delle tante operazioni condotte in questi anni dai due contendenti. Infatti, da Tel Aviv sono emerse segnalazioni su azioni analoghe condotte da «pirati telematici» agli ordini dei pasdaran. Decine le scorrerie, secondo le fonti ufficiose. Il duello cibernetico è una risorsa importante della guerra segreta, con «soldati fantasma», maghi della tecnologia, pronti a perturbare qualsiasi aspetto della vita civile. Sono in continuo sviluppo, alla ricerca di punti deboli e varchi nelle fortezze digitali. In qualche caso i muri tengono, in altri sono perforati. C’è sempre un modo per saltare l’ostacolo.
Gli episodi, a volte poco raccontati, costituiscono un fattore da non sottovalutare. Le diplomazie, sia pure con ambiguità e distinguo, sono riuscite a stabilire un principio d’accordo. Un tentativo di stabilire regole di ingaggio, impedire un conflitto maggiore senza però precludere ad iniziative belliche circoscritte. Tipo uno strike aereo oppure il lancio di un drone kamikaze.
Questa situazione, però, può lasciare spazio alle attività clandestine. Iraniani, israeliani e americani possono tornare a «vecchie» pratiche con colpi condotti in silenzio. Gli obiettivi non mancano, non scarseggiano neppure gli interpreti. Il Mossad ha a sua disposizione un network di agenti reclutati all’interno della Repubblica islamica: simpatizzanti, membri dell’opposizione, persone che si sono stufate del regime o hanno deciso di collaborare in cambio di denaro. La repressione attuata dai mullah e le distruzioni causate dal conflitto hanno creato nuove condizioni sfruttabili dalle intelligence nemiche. Esiste sempre un gancio al quale appendersi, qualcuno pronto a mettersi in gioco. A Teheran temono sempre gli omicidi mirati.
La teocrazia è consapevole dei rischi, per questo ha stretto le maglie della sicurezza, ha dato carta bianca ai giudici veloci nel decretare pene capitali nei confronti di contestatori, sabotatori, spie reali e presunte. Azione punitiva e preventiva.
Al tempo stesso gli uomini della Qods, la divisione speciale dei pasdaran, hanno intensificato le mosse all’estero in vista di possibili attacchi/attentati. Lo schema adottato prevede il ricorso a mercenari, affiliati a gang giovanili, trafficanti di droga. La ricompensa è di solito in criptovalute, corrisposta da intermediari. L’arresto di una «recluta» non comporta ripercussioni profonde sul sistema ed è facilmente rimpiazzabile. Il modus operandi si è rivelato efficace: lo dimostra l’alto numero di israeliani che avevano accettato di spiare per conto dei mullah. Una circostanza impensabile fino a qualche anno fa, la prova di minor coesione in un paese abituato alle sfide. L’ultimo caso questa settimana con l’arresto di un americano accusato di aver filmato possibili obiettivi.
