L'inchiesta internazionale che getta nuove ombre sui progetti di Eni in Kenya, sostenuti dal Governo Meloni

Un'indagine condotta da SourceMaterial e Politico, con il sostegno della Federazione europea per il trasporto e l'ambiente Transport & Environment (T&E), documenta le difficoltà dell’azienda italiana Eni nel produrre biomasse sostenibili in Kenya, nonostante i finanziamenti pubblici: danni agli agricoltori locali e sicurezza alimentare a rischio, si legge nella nota, ma anche ingenti quantità di biomasse importate dal Sudafrica in Kenya e da lì esportate alle bioraffinerie in Italia.
Nello specifico, il progetto in Kenya di produzione di biomasse su terreni marginali starebbe, in realtà, arrecando gravi danni agli agricoltori locali e minacciando la sicurezza alimentare delle comunità keniote. L'indagine sul progetto di punta dell’azienda italiana in Africa, progetto spesso richiamato dalla premier Giorgia Meloni nei summit internazionali come esemplare dell’approccio cooperativo e «non predatorio» del Piano Mattei, una strategia di cooperazione internazionale varata dal Governo italiano nel 2024 e volta a costruire partenariati paritari con i Paesi africani, solleva dubbi sull'effettiva possibilità di produrre biomasse non in competizione con la filiera alimentare per espandere la produzione di biocarburanti in modo sostenibile, afferma T&E.
Nel 2024, la filiale di Eni in Kenya ha ottenuto un investimento complessivo di 210 milioni di dollari per espandere la produzione e la lavorazione di colture non commestibili destinate ai biocarburanti: 135 milioni da parte della International Finance Corporation (IFC) della Banca Mondiale e 75 milioni dal Fondo Italiano per il Clima. Eni ha affermato che ciò avrebbe sostenuto la decarbonizzazione del settore dei trasporti e il sostentamento di fino a 200 mila piccoli agricoltori keniani, 400 mila negli annunci della premier Meloni, impegnati nella coltivazione di biomasse, nella fattispecie ricino.
Tuttavia, i dati commerciali analizzati da T&E mostrano che, a fronte di una produzione in Kenya rimasta negli anni modesta, Eni ha importato notevoli quantità di olio di colza dal Sudafrica – una coltura alimentare – nelle sue filiali keniane. Eni, scrive T&E, si è difesa affermando che la colza importata in Kenya è stata coltivata in Sudafrica in aziende agricole tracciabili situate su terreni gravemente degradati. T&E non è stata in grado di verificare tale affermazione, poiché non è stata resa pubblica, mentre il fornitore, Southern Oils, non sembra dichiarare che le sue colture provengono specificatamente da terreni degradati. I dati doganali indicano che i volumi di olio di colza riesportati in Italia potrebbero rappresentare fino all'80% di tutte le esportazioni di Eni dal Kenya verso le sue raffinerie di Gela e Venezia nel 2025. Eni avrebbe dichiarato ai giornalisti di Politico – che per primi hanno pubblicato l’inchiesta – che nel 2025 l'olio di colza ha rappresentato circa il 40% «dei volumi totali esportati» dal Kenya, dunque non solo delle materie prime destinate alla bioraffinazione. Indipendentemente dall’entità delle esportazioni dal Kenya verso l’Italia, l’azienda non ha smentito di stare importando ingenti quantità di materie prime dal Sudafrica.
L'indagine condotta da SourceMaterial e Politico rileva che gli agricoltori sarebbero stati incoraggiati a coltivare semi di ricino dagli intermediari incaricati da Eni. Questi stessi intermediari, poi, avrebbero in molti casi ignorato il raccolto, e non lo avrebbero acquistato per conto dell’azienda. Nella sua inchiesta, SourceMaterial ha raccolto numerose testimonianze secondo cui la coltivazione di ricino, che in molti casi avrebbe soppiantato quella del mais, ha lasciato le comunità locali senza sufficiente cibo. Secondo Valerio Bini, professore dell’Università di Milano che nel maggio 2025 ha intervistato 50 agricoltori coinvolti nel progetto di Eni, praticamente tutti avevano sostituito le colture alimentari con il ricino. Ciò è particolarmente preoccupante nel contesto dell’attuale crisi alimentare globale, afferma T&E.
«Il progetto di Eni in Kenya dovrebbe dimostrare che le materie prime per i biocarburanti possono essere coltivate su larga scala in modo sostenibile, senza fare ricorso a colture alimentari. Eni si è impegnata in questa direzione, in Kenya, con l’obiettivo di utilizzare solo terreni di scarsa qualità, non utili al sostentamento alimentare della popolazione. Per questo progetto ha ricevuto ingenti fondi, anche pubblici. Tuttavia, dai dati pubblicati da SourceMaterial, sembrerebbe costretta a importare in Kenya biomassa alimentare dal Sudafrica, per poi spedirla in Italia, forse a compensazione della mancata produzione kenyota» ha dichiarato Carlo Tritto, Sustainable Fuels manager di T&E, che continua: «I biocarburanti derivati da colture alimentari offrono benefici climatici molto limitati e a volte nulli, e comportano severi rischi di cambiamento di destinazione d’uso del suolo e di competizione con i fabbisogni alimentari. Chiediamo a ENI maggiore trasparenza, e chiarimenti: perché quanto emerge dall’inchiesta è l’esatto contrario di ciò che il progetto dovrebbe realizzare, e per cui l’azienda è stata finanziata».
I biocarburanti sono un asset fondamentale per Eni, da anni impegnata a espandere la sua capacità di bioraffinazione, nonché la principale fonte energetica su cui poggiano i piani di decarbonizzazione dei trasporti del governo italiano. I biocarburanti sono anche il motivo principe per cui il governo italiano da anni si oppone al Green Deal europeo, chiedendo «neutralità tecnologica» in antitesi all’elettrificazione diretta dei trasporti.
Nelle scorse settimane, un'altra indagine di SourceMaterial ha rivelato che un esportatore indonesiano certificato ISCC – lo stesso sistema di certificazione usato in Kenya – è finito sotto inchiesta in un'indagine per una enorme frode: avrebbe rifornito importanti aziende europee del settore energetico, tra cui Eni, con olio di palma vergine sotto falsa etichettatura. L’ennesima ombra sulla reale sostenibilità dei biocarburanti per la transizione.
