Due bandiere, Teherangeles e il SoFi Stadium preso in ostaggio

Può uno stadio divenire ostaggio del pubblico che lo colma? Al Sofi Stadium di Los Angeles è accaduto qualcosa di simile. Sì, perché l’esordio dell’Iran al Mondiale – dopo un avvicinamento controverso e con una guerra forse agli sgoccioli sullo sfondo - ha scosso un’intera comunità e soprattutto un quartiere: Westwood. Vi siamo stati, per poi recarci al delicato match del Team Melli contro la Nuova Zelanda. Ecco il nostro racconto.
A due passi da Beverly Hills e dal suo sfolgorìo artefatto, volti, parole e profumi conducono a una realtà più autentica. Ci troviamo all’incrocio tra Westwood Boulevard e Wilkins Avenue. Per la gente del posto, tuttavia, l’area è conosciuta con un altro nome: Persian Square. Il cuore iraniano degli Stati Uniti pulsa qui. A Teherangeles. La diaspora ha scelto questo angolo di California per ripartire, accogliendo - nel tempo - un numero di iraniani che non ha eguali nel mondo. Ebbene, il destino ha voluto che l’Iran disputasse due partite della fase a gironi proprio a LA. Proprio a due passi da «casa».
Il problema? Beh, la comunità locale si compone in prevalenza di iraniani che sono fuggiti o sono stati esiliati da Teheran. E ciò dopo la rivoluzione del 1979 che ha rovesciato la monarchia autoritaria dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, instaurando la Repubblica islamica guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Ma pure negli Novanta, quando proteste e mobilitazioni studentesche vennero represse con incarcerazioni e condanne a morte.
«Nessuna emozione per la squadre della Repubblica islamica»
Fra loro c’è anche Roozbeh Farahanipour, intellettuale, attivista e co-fondatore del partito - poi messo al bando dal regime - che nel 1998 criticò aspramente la guida suprema Ali Khamenei e propose la transizione dell’Iran verso una repubblica democratica e rigorosamente laica. Negli USA ha trovato asilo politico e, più tardi, il passaporto americano. Oggi è attivo nell’editoria e, a Westwood, gestisce il ristorante Delphi Greek. Il tutto continuando a sperare e a caldeggiare la disobbedienza civile nella sua ex patria. «Ma non sostengo il conflitto promosso da Stati Uniti e Israele» tiene a sottolineare - ripetendolo a più riprese - Farahanipour. «Anzi, ritengo che la guerra abbia frenato il possibile rovesciamento del regime. Sì, l’intervento militare a Teheran ritarderà la svolta democratica in Iran di almeno 10-15 anni».

Chiediamo a Roozbeh se faccia il tifo per il Team Melli durante la Coppa del Mondo e se si recherà al SoFi Stadium? La risposta è negativa e carica di amarezza. «Non provo alcuna emozione per la squadra della Repubblica islamica dell’Iran. Perché è in questo modo che la definisco: la selezione del regime, non la squadra del mio popolo. E non riesco a tollerare o a sopportare il suo inno nazionale o la sua bandiera. No, io al Mondiale faccio il tifo solo per gli Stati Uniti e se proprio devo – per qualsiasi motivo, a un ritrovo o in altre circostanze – seguire la partita dell’Iran, non mi importa con chi giochino, terrò la parte all’avversario». E i giocatori? «Presi singolarmente li apprezzo anche. E dirò di più: diversi campioni della nazionale, in passato, quando non erano sotto il controllo del regime, sono venuti da me, ci siamo seduti e abbiamo mangiato insieme. Ho molte foto. Ora però hanno deciso di giocare per la squadra della Repubblica islamica e sostenerli, per quanto mi riguarda, sarebbe assurdo. Anche per questo motivo, e perché non voglio perdere parte della clientela, non trasmetterò le partite nel mio locale».
Mezzelune e leoni dorati
Non tutti, a Teherangeles, la pensano come Roozbeh Farahanipour. Anche se la frattura politica, tra sostenitori del regime e oppositori, rimane insanabile. «Il massacro di gennaio e il conflitto - spiega il nostro interlocutore - hanno reso gli animi molto più accesi. C'è maggiore tensione tra le due fazioni, e penso che sia normale e naturale. Le divisioni all’interno della comunità, tuttavia, rischiano di acuirsi ulteriormente». Anche perché la fresca promessa di un accordo, tra Washington e Teheran, per porre fine alla guerra in Medio Oriente, non convince per niente gli abitanti di Westwood, che alla vigilia e nel giorno di Iran-Nuova Zelanda non smettono di esprimere il proprio dissenso verso il regime.
A definire la spaccatura e le frizioni in seno alla comunità iraniana sono due bandiere. Quella ufficiale, con quattro mezzelune a formare la scritta Allah, e quella pre-rivoluzionaria, emblema della monarchia, con il Leone, la spada e il sole dorati al centro. La FIFA, con tanto di causa vinta a poche ore dal match, ha vietato l’ingresso delle seconde al SoFi Stadium. Ad accompagnarci, mentre ci spostiamo verso l’arena più costosa del pianeta - 5 miliardi di dollari -, a sventolare sono però quasi esclusivamente i vessilli anti-regime, cartelloni per non dimenticare tanti innocenti uccisi e slogan reinventati: MIGA, Make Iran Great Again. Gli steward all’entrata dell’impianto si pongono in modo inflessibile, invitando chi porta con sé la bandiera o altri oggetti recanti il leone d’oro a desistere e a optare per il bidone della spazzatura. Un addetto alla sicurezza ci chiede di non filmare. Maglie e vessilli in questione, tuttavia, sono ovunque, nascosti o meno, e infatti quando siamo dentro non impieghiamo molto a ritrovarli in bella vista. Va da sé, lo saranno pure sulle tribune, durante la partita, in netta maggioranza rispetto alle bandiere iraniane ufficiali. Una cosa, a gara in corso, è però lampante: gli straordinari della FIFA affinché le televisioni e lo schermo infinito del SoFi Stadium - 6.500 metri quadrati di led in forma ovale - non mostrino alcuna immagine del fronte dissidente.
Inno fischiato, giocatori applauditi
Sulla questione, qualche ora prima, Roozbeh si era espresso in modo fermo. «Le persone dovrebbero avere il diritto di sventolare qualsiasi bandiera vogliano. Non capisco perché la FIFA debba interferire con la libertà di parola e di espressione che sono alla base della Costituzione americana. Che sia sulle magliette o con le bandiere, la gente troverà comunque il modo di introdurre allo stadio lo stemma pre-rivoluzionario».
Già. Ed è per questo che assistiamo a una sorta di presa d’ostaggio dell’astronave di Los Angeles. È come se i figli della diaspora volessero rivendicare le proprie convinzioni sul palcoscenico sportivo più rilevante al mondo. E lo stesso fanno i tifosi vicini all’attuale governo. A pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Condividendo l’urlo «Iran, Iran, Iran!». Esultando con trasporto per le reti che valgono l’1-1 e il 2-2. Applaudendo al fischio finale. Nonostante le tensioni delle scorse ore e gli animi inquieti. Ma con un’eccezione: non appena fuoriesce dagli altoparlanti, l’inno iraniano viene ricoperto di fischi, «buu» e pollici abbassati. Un colpo al cuore del regime, quantomeno a distanza.
Pressioni e sicurezza
«Ognuno può divertirsi e mescolare la politica con lo sport. A volte funziona, altre no» sostiene da parte sua Roozbeh: «In generale, nella storia, molti atleti della Repubblica islamica hanno sostenuto i movimenti civili e la loro disobbedienza. Era quasi una cosa normale nel quadro delle competizioni internazionali. L'ultimo caso lo abbiamo osservato con le calciatrici impegnate in Australia nella Coppa del Mondo: si sono rifiutate di cantare l’inno e un paio di loro sono state costrette a chiedere asilo politico, mentre altre, a causa delle pressioni del regime sulle rispettive famiglie, hanno dovuto revocare la richiesta e rientrare in Iran». Pure all’esordio ai Mondiali 2022, in Qatar, fece scalpore la decisione di non intonare l’inno, mostrando sintonia con le proteste a Teheran per la morte di Mahsa Amini. La solidarietà dei giocatori del Team Melli si esaurì però nello spazio di una partita. E ora, abbracciati attorno al cerchio di centrocampo, Taremi e compagni cantano convinti malgrado i fischi.
«Questa volta - indica Roozbeh - è diverso, poiché negli scorsi mesi è stata presa di mira l’integrità nazionale. Ed è normale che le persone comuni – non degli esperti di politica o degli attivisti come me - reagiscano schierandosi con il governo centrale. Qualunque sia, non importa. E capisco che l’atteggiamento dei giocatori, mossi da ragioni di sicurezza. Magari esistono delle divergenze, ma per queste ci si batterà in seguito. Perciò sottolineavo che la guerra rallenterà le conquiste dei civili in materia di libertà e democrazia». Ma per la comunità di Teherangeles, Iran-Nuova Zelanda è stata infine l’occasione per alzare la voce e sventolare una bandiera diversa davanti agli occhi del mondo.



