Macché calcio, San Diego è la patria del soccer indoor

Branko Segota prese parte ai Mondiali del 1986 con la nazionale canadese. È membro della Canada Soccer Hall of Fame, come lo è della Indoor Soccer Hall of Fame. I suoi numeri, d’altronde, sono spaventosi: 463 gol e 378 assist in 403 partite dell’allora Major Indoor Soccer League (MISL). Statistiche, queste, accompagnate da nove titoli vinti, sei dei quali con i San Diego Sockers, durante gli anni Ottanta. «Solo il mio grande amico Steve Zungul, il miglior marcatore nella storia della MISL, ha totalizzato più punti del sottoscritto: avevamo un’intesa speciale» ci racconta Segota. Eccoli i due ambasciatori forse più leggendari del calcio indoor. Dalle parti della Frontwave Arena, dove per altro si è appena celebrato un nuovo titolo, Segota e The Lord of All Indoors restano istituzioni.
«A San Diego, tutto si allineò alla perfezione: talento, velocità ed esperienza. In quel momento della mia carriera mi sentivo davvero inarrestabile» rileva Segota. Il soccer in palestra, tuttavia, faticava ancora a fare breccia. «All’inizio fu una vera sfida, perché dovevamo sia giocare, sia promuovere questo sport. Passavamo molto tempo a fare apparizioni pubbliche e stage estivi. A volte, agli eventi e alle partite c’erano più giocatori che tifosi. Oggi, invece, il calcio indoor si trova in una posizione decisamente migliore: il pubblico è più numeroso, la base dei tifosi è cresciuta e i contratti sono molto più alti. Alcuni dei miei vecchi amici, non a caso, scherzano ancora su quanto varrebbe Branko nel calcio attuale».
«Mi volevano pure i Dolphins»
Mentre con i Sockers si susseguivano i trofei, Segota venne convocato ai Mondiali in Messico. «Ovviamente, uno dei più grandi traguardi della mia carriera. Un sogno, a maggior ragione considerato che al Canada non era mai successo prima. Non partii titolare a causa di alcuni problemi con l’allenatore, Tony Waiters. Scelse anche di non portarmi alle Olimpiadi di Los Angeles, nonostante fossi il miglior marcatore canadese e il giocatore canadese più pagato in quel periodo. In precedenza, per contro, ebbi la fortuna di disputare, con tanto di gol, il Mondiale giovanile del 1979 in Giappone». Il torneo, per dovere di cronaca, lo vinse l’Argentina di un certo Diego Armando Maradona.
Branko Segota, leggiamo, disponeva di un tiro fulmineo. E devastante. Merito anche del calcio indoor. «Migliorò molto il mio gioco all’aperto. In palestra, tra sponde e spazi stretti, tutto accadeva molto più velocemente. Il cervello doveva agire e reagire in fretta e l’approssimazione tecnica non era ammessa». Il potente tiro di Segota divenne chiacchierato anche nel massimo campionato di football americano. «Raggiungevo le 83 miglia orarie (133 km/h, ndr.) e attirai l’attenzione dei Miami Dolphins. Il loro proprietario, Joe Robbie, controllava anche i Fort Lauderdale Strikers, club di soccer in cui militavo agli inizi degli anni Ottanta. Non se ne fece comunque nulla, poiché Don Shula, allenatore dei Dolphins, preferiva che i suoi giocatori provenissero dal sistema universitario».
Segota, nato in Croazia, tentò la fortuna anche in Europa, cercando di sfruttare la visibilità ottenuta al Mondiale messicano. «Mi aggregai alla Dinamo Zagabria. Boban e Prosinečki si affacciavano in prima squadra proprio in quel momento. E ricordo ancora che, dopo gli allenamenti, provavamo i calci di punizione insieme a coach Belin. Sfortunatamente le cose non andarono in porto perché il club non volle assicurarmi; era una delle condizioni richieste dal mio club a San Diego». Dove Branko Segota è ancora considerato un’istituzione.




