Norvegia-Svizzera e un test che assomiglia a un abbraccio

Norvegia e Svizzera si affrontano in un test che trascende il risultato e i suoi risvolti a breve termine. Da un lato una selezione che, a giugno, tornerà a disputare un Mondiale, a 28 anni di distanza dalla precedente apparizione. Dall’altro i rossocrociati, che il palcoscenico più prestigioso lo frequentano - ininterrottamente - dal 2006. Eppure, 28 anni è anche il lasso di tempo che trascorse tra la Coppa del Mondo del 1966 e l’ultima edizione americana del torneo, secondo pareri concordi pietra miliare per la rinascita del movimento nazionale elvetico, per l’appunto rimasto a guardare per sei edizioni.
Per anni, decenni anche, i binari della nazionale norvegese e quelli della nazionale svizzera non si sono praticamente mai incrociati. Dopo le promettenti gesta degli anni Novanta, tradotte in fatti pure a livello di club, grazie al Rosenborg, la prima ha balbettato. E anche parecchio. Sul fronte rossocrociato, invece, si è fatto progressivamente tesoro di un paio di floride generazioni di calciatori e di una seria presa di coscienza a livello di federazione, spingendosi a ridosso dei migliori.
Che cosa suggerisce il ranking FIFA
Tutto molto bello. Peccato il divario si stia assottigliando. Di qui il valore dell’amichevole in programma questa sera a Oslo, metro di giudizio non assoluto ma sicuramente indicativo per aggiornare la distanza tra le parti o, addirittura, riconoscere i presupposti per un imminente intreccio. L’evoluzione del ranking FIFA, al proposito, fornisce una dinamica chiave di lettura. Nell’estate del 2017, la Svizzera toccava il suo apice, issandosi addirittura al 4. rango, mentre la Norvegia sprofondava in 88. posizione. Da allora, e sulle ragioni torneremo più avanti, la nazionale scandinava ha conosciuto un andamento al rialzo molto simile a quello tratteggiato dai rossocrociati dopo il Mondiale 2006. Sino alla graduatoria attuale che recita: Svizzera 18. con 1.650 punti e Norvegia 32. a quota 1.550. A livello di club - per cui fa stato il coefficiente del ranking UEFA - il sorpasso si è per contro già consumato.
L'allarme in casa ASF e le liste dei convocati
A suonare il campanello d’allarme, in vista dell’elezione decisa lo scorso maggio dall’assemblea dei delegati, era non a caso stato il nuovo presidente dell’ASF Peter Knäbel. «Il calcio svizzero - aveva dichiarato al CdT - deve fare attenzione a realtà come Danimarca e Norvegia». E ancora: «Se analizziamo i cinque principali campionati europei, il numero di giocatori norvegesi impiegati ha per esempio superato quello degli elementi svizzeri. Il che dimostra quanto bene si sia lavorato a queste latitudini. Mi viene in mente un club come il Bodø/Glimt».
Già. Fra i convocati di Ståle Solbakken per le gare contro Paesi Bassi - persa 2-1 ad Amsterdam - e Svizzera figurano quattro elementi del club capace di eliminare l’Inter nei sedicesimi di finale di Champions League e di far tremare pure lo Sporting negli ottavi. A rappresentare il massimo campionato norvegese, equilibrando così la schiera degli «espatriati», vi sono anche un elemento del Viking, campione in carica, e uno del Brann. Di nuovo: parliamo di scelte operate per due partite della sosta primaverile, senza nulla in palio e dunque non per forza testimoni di tendenze definitive. Ma il raffronto con la lista stilata da Murat Yakin merita quantomeno una riflessione. Gli esponenti della Super League - dominata a sorpresa dal Thun neopromosso - sono tre, tutti dello Young Boys, alle prese con una delle peggiori stagioni dell’ultimo decennio: il terzo portiere Marwin Keller, il centrocampista Alvyn Sanches e l’attaccante Joël Monteiro.
Talenti ai margini: il paradosso della Challenge League
In casa Svizzera, insomma, ci si continua ad aggrappare a un’idea e a ciò che ha saputo partorire, sin qui - va detto - con esiti lusinghieri. Quale? Imporsi all’estero e nelle competizioni internazionali per poi farlo con la selezione maggiore. Chi ne risente, complici altresì trasferimenti talvolta affrettati, è il livello della Super e della Challenge League. Tornei, questi, nei quali i giocatori e soprattutto i giovani talenti elvetici devono sgomitare con i colleghi stranieri. Uno studio dell’Osservatorio del calcio del CIES di Neuchâtel offre una fotografia nitida della situazione: nel 2025, in Super League, gli under 21 svizzeri hanno ricevuto il 4,8% dei minuti di gioco. Nell’Eliteserien norvegese, la percentuale era quasi il doppio, pari al 9,9%.
Non solo. La Challenge League, in origine creata proprio per forgiare e lanciare i prodotti locali, continua a essere ostaggio di dinamiche e interessi contrapposti. Basti pensare al voto appena espresso dall’assemblea generale straordinaria della Swiss Football League, con la maggioranza dei club che ha bocciato l’allargamento della lega cadetta da 10 a 12 squadre. Il provvedimento, per quanto non salvifico, avrebbe potuto favorire l’incremento delle opportunità per i talenti rossocrociati, considerati i due contingenti aggiuntivi. Procedere in questo senso, tuttavia, avrebbe ridotto le fette di torta, già esigue, dei diritti tv, dalle quali dipende la sopravvivenza di buona parte delle società di Challenge. Ecco perché, ovviamente nel nome della promozione delle giovani leve elvetiche, si è preferito delle misure contenute e puntuali a una più incisiva rivoluzione del sistema. Che tarderà ancora.
Rivoluzioni e rinascita
Torniamo agli auspici d’inizio mandato avanzati dal presidente ASF Peter Knäbel: «Credo che il punto di partenza debba essere una riflessione seria e coesa da parte di tutti gli attori coinvolti. Federazione compresa. Cambiare la Challenge League tanto per farlo non ha senso. Ma qualora si decidesse di andare in questa direzione, la nuova struttura del campionato dovrebbe poi rimanere tale e coerente per molti anni». Tradotto? Gli interessi della Federcalcio svizzera e quelli dei club, a oggi, non collimano alla perfezione. Anzi. Ma se la Norvegia è riuscita a svoltare è proprio grazie all’allineamento tra i due piani: federazione e club. Interpellato dalla NZZ, il direttore del dipartimento per lo sviluppo dei giocatori e degli allenatori della Federcalcio norvegese Haakon Gröttland fa riferimento a due rivoluzioni finalizzate alla rinascita del calcio norvegese, a inizio millennio inghiottito dalla mediocrità. La prima è molto semplice: tra il 2000 e il 2010 sono stati realizzati circa duemila nuovi campi di calcio in erba sintetica. Banalmente, si è scommesso sulle infrastrutture. La seconda riforma fa rima con soldi e formazione nei club. A questi ultimi, dal 2017, la federcalcio nazionale offre incentivi economici per gli investimenti a favore dei settori giovanili, in particolare la dotazione di tecnici professionisti. Al loro fianco, poi, l’organo centrale impiega sei allenatori per distretto – sono diciotto in totale – che si concentrano sui migliori profili con età superiore ai 12 anni. Il talento di Erling Haaland e Martin Ødegaard, le stelle più lucenti del firmamento scandinavo, è stato perfezionato così. Da dove si attinge per elargire i finanziamenti? Dai proventi della vendita dei diritti tv, che attestandosi a quota 60 milioni di euro valgono il doppio rispetto alla Svizzera. Un test indicativo per misurare il valore delle due nazionali e le rispettive parabole, invece, è in programma questa sera a Oslo.

