Mondiali 2026

Vincent Cavin, il doppio ex: «Questa Svizzera, in fondo, l'ha plasmata Petkovic»

Il tecnico vodese, in Nazionale, è stato prima collaboratore dell'attuale ct dell'Algeria e poi assistente di Murat Yakin: «Per alcuni giocatori sarà un sedicesimo di finale speciale, l'abbraccio tra Xhaka e Vlado rimane un'immagine potentissima»
L'indimenticabile abbraccio tra Granit Xhaka e Vladimir Petkovic, dopo gli ottavi di finale di Euro 2020 vinti contro la Francia ©AP/DANIEL MIHAILESCU
Massimo Solari
29.06.2026 06:30

Un Mondiale e due Europei con «Vlado». Qatar 2022 insieme a Murat Yakin. Vincent Cavin è fra gli interlocutori più indicati per analizzare il sedicesimo di finale che il destino e il farsesco epilogo del gruppo J hanno riservato alla nazionale svizzera. Tutto diceva Iran, e invece, sul proprio cammino, i rossocrociati ritroveranno il grande ex Vladimir Petkovic, ct di un’Algeria che all’ultima curva del girone non si è stracciata le vesti per difendere il 3-2 firmato da Mahrez al 93’. Con l’Austria è così finita in pareggio, guarda caso lasciapassare necessario a entrambe le squadre per assicurarsi la fase a eliminazione diretta. Collaboratore di Petkovic lungo l’intero mandato da selezionatore rossocrociato, e assistente di Yakin sino a fine 2023, l’attuale talent manager e direttore della Metodologia dei Chicago Fire, dicevamo, è un osservatore privilegiato della sfida nella sfida tra i due commissari tecnici.

«Sulla carta, la Svizzera è più forte» premette subito Cavin. «Sia come collettivo, sia come qualità individuali, non ci sono paragoni. Ma pure a livello di maturità, la Svizzera dispone degli strumenti necessari per gestire la delicatezza dell’incontro. Molto di più, per intenderci, rispetto all’ottavo di finale del Mondiale 2018 in Russia. La compagine di Yakin, dunque, si presenterà a Vancouver in qualità di migliore squadra e favorita. Dopodiché, in un match a eliminazione diretta può accadere di tutto».

D'altronde, con il recordman di panchine nella storia della Nazionale (78) un piccolo vantaggio potrebbe averlo anche l’Algeria. «Vlado non è un allenatore che studia eccessivamente l’avversario, anzi» indica Cavin: «In questo caso, però, lo farà maggiormente. Soprattutto fornendo informazioni preziose ai suoi giocatori. Penso, per esempio, a come fronteggiare i vari Xhaka, Rodriguez o Akanji, calciatori che ha allenato e conosce molto bene».

Le squadre di Yakin non sono facili da decifrare, ma non credo che sarà questo il problema principale per l'Algeria di Petkovic. Semplicemente la Svizzera è una squadra migliore
Vincent Cavin, già collaboratore di Vladimir Petkovic e Murat Yakin

Già parecchio affezionato a cambiamenti ed effetti speciali, Yakin potrebbe quindi essere tentato di uscire ulteriormente dagli schemi, proprio per divincolarsi dalle conoscenze e dal vissuto del collega. «Ma Petkovic, a differenza di Yakin, non è il tipo di allenatore che cerca di avere tutto sotto controllo prima e durante la partita» rileva Cavin: «Vero, le squadre di Murat non sono facili da decifrare, a maggior ragione considerata la tendenza a ritoccare ogni undici di partenza. Quelle di Vlado, però, sono flessibili. I giocatori vengono responsabilizzati molto, e quindi spetta a loro comprendere e adattarsi alle eventuali novità portate in campo dall’avversario. Non credo, perciò, che l’Algeria si scomporrà alla luce di strategie particolari. Non a questo livello e con così tanti elementi che militano in campionati importanti».

Vincent Cavin a colloquio con Vladimir Petkovic e il suo assistente ai tempi della Nazionale, Antonio Manicone. ©Keystone
Vincent Cavin a colloquio con Vladimir Petkovic e il suo assistente ai tempi della Nazionale, Antonio Manicone. ©Keystone

Questioni di ego

A unire le gestioni di Vladimir Petkovic e Murat Yakin, invece, è la filosofia di gioco. Una filosofia finalizzata al controllo del pallone e del match. Cavin conferma: «La Svizzera attuale, ed è l’aspetto più interessante, è stata plasmata proprio da Vlado. Io ho lavorato anche con Ottmar Hitzfeld e l’atteggiamento della sua Nazionale, in campo, era diverso. Meno propositivo. E ricordo che quando Petkovic annunciò di voler cambiare il paradigma, all’inizio del suo mandato, Granit Xhaka si rivolse a me, esprimendo qualche dubbio. “Vincent, pensi davvero che possiamo essere questo tipo di squadra?”. La Svizzera di Vlado, lo ricorderete, non cominciò bene. Ma il bel gioco e le consapevolezze non tardarono a materializzarsi. E vi assicuro che quando riesci a essere dominante, il giocatore prova piacere. Molto più piacere».

Piacere e motivazioni, però, derivano anche dai rapporti personali. Dal feeling tra ct e spogliatoio. Dalla capacità di costruire qualcosa insieme. «L’immagine di Xhaka a Euro 2020, subito dopo i rigori vinti contro la Francia negli ottavi di finale, fu di una potenza incredibile» sottolinea Vincent Cavin, che la storica euforia di Bucarest non l’ha scordata. «Mentre tutti rincorrevano Sommer, Granit si era fiondato da Vlado. E lì, con quell’abbraccio, osservammo la sublimazione di una relazione tra allenatore e giocatore. Per il capitano e per altri compagni, dunque, la sfida contro l’Algeria sarà speciale».

Ecco, a proposito di gestione di personalità e umori. Quale differenza ha notato e nota Cavin tra Petkovic e Yakin? «Vlado, innanzitutto, ereditò una rosa composta sia da giocatori giovani, sia da leader, i Lichtsteiner e i Behrami. Ma la sua esperienza in Serie A, alla Lazio, con diversi profili di spessore, gli permise di avere subito una presa importante sulla rosa. Murat, da parte sua, arrivava dallo Sciaffusa e, almeno inizialmente, ha incontrato qualche problema in più. La cura dei rapporti umani, nel calcio moderno, conta quasi di più delle capacità tattiche. Un allenatore è chiamato a dosare l’ego personale e quello dei suoi giocatori. Petkovic, in questo esercizio, è stato molto bravo. Yakin, come accennato, ha invece impiegato più tempo per capire come porsi. Ma a Euro 2024 credo si sia visto quanto sia infine riuscito a fare leva sulla compattezza del gruppo».

Murat Yakin e Vincent Cavin. © Keystone
Murat Yakin e Vincent Cavin. © Keystone

L'opposta considerazione dei media

Agli antipodi, per contro, è la considerazione dei media da parte delle due figure. «La reputo la più grande differenza» ammette Cavin. «Il rapporto con i giornalisti ha un impatto anche sui giocatori. Sappiamo che Vlado non era molto amato dalla stampa, o da una parte di essa. Ma lo spogliatoio, in questo senso, apprezzava il fatto che trattasse tutte le testate allo stesso modo. E non è un aspetto da sottovalutare. Guardate, per esempio, quanto successo all’Uruguay, la cui comunicazione verso l’esterno è stata gestita male».

A spingere Vlado contro la Svizzera sarà solo, e come sempre, lo spirito competitivo
Vincent Cavin, già collaboratore di Vladimir Petkovic e Murat Yakin

Vladimir Petkovic disse addio alla Nazionale dopo averle fatto vivere un sogno, a Euro 2020, e quindi all’apice del suo incarico. La scelta di prendere al volo l’offerta del Bordeaux, tuttavia, venne altresì dettata dal logorìo e dalla sensazione di non essere stimato a sufficienza dai media e in seno all’ASF. Da qui il grande quesito: «Vlado» riabbraccerà la Svizzera con il dente avvelenato? «Non credo» replica Cavin: «E ciò malgrado lo sfogo che ebbe a margine della sua esperienza alla testa della Svizzera. Anche Petkovic è una persona, al di là della maschera che dà l’impressione di indossare. Ma a spingerlo, in vista del sedicesimo di finale di Vancouver, sarà come sempre lo spirito competitivo. Vlado è un vincente e ogni partita rappresenta un’occasione per dimostrare il suo valore. Parliamo di un ct che è sempre stato sotto esame e sotto pressione. Ma i buoni risultati, alla fine, gli hanno permesso puntualmente di difendere o consolidare la sua posizione. Il che, a ben vedere, è un discorso che vale per ogni selezionatore che prende parte al Mondiale. Murat Yakin compreso». Le porte degli ottavi di finale, però, si spalancheranno solo per uno dei due.

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