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Taca la bala

Mondiale XL da salvare

Questo Mondiale extralarge mi piace, ha presentato - per adesso - partite magari tecnicamente non sempre di spessore, ma a volte molto divertenti, con tanti gol, e ha portato alla ribalta valori sportivi e umani che non si potevano nemmeno immaginare
Tarcisio Bullo
Tarcisio Bullo
04.07.2026 06:00

Senza offesa per nessuno: riporto una massima di Albert Einstein, secondo il quale «la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario». Aggiungo: vale anche per le idee. Il Mondiale a 48 squadre mi sembrava una forzatura, un’iniziativa del presidente della FIFA Gianni Infantino per allargare la cerchia dei suoi consensi, con l’attribuzione di molti posti come premio alla fedeltà. Del resto, si sa: in seno alla Federcalcio mondiale – peraltro giustamente – un Paese vale un voto, non importa se sei il Brasile o l’Italia che hanno un certo tipo di storia e rilevanza mondiale, oppure il Liechtenstein o le Isole Cook, che a livello di prestigio contano come il due di picche. Ho cambiato prospettiva. Questo Mondiale extralarge mi piace, ha presentato – per adesso – partite magari tecnicamente non sempre di spessore, ma a volte molto divertenti, con tanti gol, e ha portato alla ribalta valori sportivi e umani che non si potevano nemmeno immaginare, rendendo ridicoli anche i piagnistei, soprattutto italici, per il fatto che l’Europa sarebbe stata penalizzata dall’allargamento del numero di squadre (passate da 13 a 16 per il Vecchio continente, a dispetto della maggior percentuale di aumento riservato alle africane e alle asiatiche).

Il calcio è e deve rimanere universale, a dispetto dei criticoni sempre pronti a ridimensionare il valore tecnico di una prestazione. Il passaggio di turno del Congo e di Capo Verde, il primo gol e il primo punto nella rassegna iridata di Curaçao, la storica presenza di Haiti a 52 anni dall’ultima volta, l’eroica vittoria del Paraguay contro la Germania nei sedicesimi di finale, le nove nazionali africane su dieci uscite indenni dai gironi, non devono far storcere il naso a nessuno, rappresentano la bellezza del calcio, regalano ai tifosi di nazionali solitamente emarginate dai grandi tornei momenti di incredibile felicità e, in definitiva, confermano l’universalità di uno sport che non può essere soltanto quello praticato nei campionati più potenti e gestito attraverso una prospettiva eurocentrica. La tesi secondo la quale al Mondiale devono partecipare soltanto le squadre dal palmarès più prestigioso, capaci di offrire garanzie tecniche e tattiche di alto livello (qualcuno è arrivato a sostenere che la FIFA dovrebbe distribuire delle wild card come nel tennis per recuperare qualche escluso eccellente…) è del tutto discriminatoria e mira semplicemente ad una conservazione del potere da parte di poche federazioni, perché la crescita di tante nazionali oggettivamente più deboli delle big mondiali, passa anche, se non soprattutto, dalla loro presenza a questo genere di tornei, che permettono di acquisire esperienza e migliorare la conoscenza di tutti gli aspetti del calcio.

Non dovremmo mai scordarci che dietro la partecipazione delle piccole nazionali, dei diseredati come il team di Haiti, si nascondono storie di un’umanità intensa e bellissima, come quella – tra le molte – del terzino haitiano Wilguens Paugain, adottato da una famiglia francese a cinque anni, fermato da un brutto infortunio che ad un certo punto l’ha costretto a diventare un rider addetto alla consegna delle pizze a domicilio, prima di rientrare nel mondo del calcio come professionista, dando prova di una resilienza fuori dal comune. E perché mai qualcuno avrebbe dovuto togliergli la soddisfazione di poter vivere un Mondiale? Qualcuno rileverà, giustamente, che 48 squadre provocano un sovraccarico del calendario, finendo per incidere sulla salute dei calciatori. Ma le stagioni pesanti si ripetono annualmente e una soluzione passa dalla riduzione del numero di squadre ammesse ai vari campionati. Il Mondiale arriva ogni quattro anni (Infantino permettendo…) e può valere lo sforzo.

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